Alimenti prodotti in Cina

Il boom dell’import alimentare dalla Cina. I prodotti di origine cinese sono giocano ormai la parte del leone negli scambi commerciali di tutto il mondo. I bassi costi di produzione garantiscono prezzi sul mercato competitivi, e la grandissima diffusione in ogni settore produttivo rende difficile la vita alle aziende italiane, che possono competere solo in qualità del prodotto. Ormai la Cina ha assunto una posizione di rilievo anche nel settore alimentare: parliamo dunque prodotti di origine cinese che finiscono sulle nostre tavole.

Alimenti prodotti in Cina

La Cina copia gli alimenti: dieta mediterranea, un modello da imitare

Da sempre la cucina italiana è sinonimo, nel mondo, di eccellenza. Il richiamo del Made in Italy ha creato, inevitabilmente, infiniti tentativi di imitazione all’estero; questi cibi non possono tuttavia competere con quelli italiani per qualità, genuinità e livello di controlli sulla filiera produttiva. Basti pensare al “Parmesan Cheese” dell’Illinois, alla ricotta prodotta in Australia, ai finti pomodori San Marzano, e la “galleria degli orrori” potrebbe andare avanti all’infinito.

La Cina non ha certamente nulla da invidiare a questi clamorosi falsi al punto che, spesso, proprio in questo Paese i prodotti “taroccati” hanno raggiunto il mercato interno ancor prima di quelli originali. Le importazioni di prodotti alimentari dall’estremo oriente ha negli ultimi anni avuto un incremento notevole (in parte dovuto alla crisi economica mondiale) grazie alla competitività dei prezzi. Attualmente importiamo dalla Cina soprattutto materie prime, ma anche cibi già pronti, che dovrebbero essere sottoposti agli stessi controlli dei cibi di provenienza italiana.

La presenza dell’Efsa (European Food Safety Authority) proprio in Italia, con sede a Parma, dovrebbe garantire la sicurezza di quello che mangiamo, ma molto spesso l’import cinese sfugge agli accertamenti; inoltre, poiché per legge non è ancora obbligatorio specificare in etichetta l’origine dei prodotti alimentari, le maglie dei controlli sono ancora molto larghe. L’assenza di accordi sul commercio dei prodotti di origine cinese a livello internazionale, che il Wto (World Trade Organization) insegue da decenni senza successo, fa sì che la Cina sia entrata in competizione anche in Italia proprio con quei prodotti che del nostro Paese sono creazione, vanto ed orgoglio.

Quali sono gli alimenti prodotti in Cina?

I prodotti alimentari che attraversano le nostre frontiere sono soprattutto pomodoro, legumi secchi, ortaggi e cereali (soprattutto riso). Ma anche prodotti ortofrutticoli freschi (come mele, funghi, o l’aglio che ha subito un aumento del 120%), spaghetti di riso, prodotti ittici surgelati (in particolar modo gamberetti e pesce di vario genere) e cibi della tradizione gastronomica cinese, come ad esempio la salsa di soia o il . E ingredienti delle preparazioni dell’industria alimentare, come grassi vegetali e olio di semi. Secondo l’Istituto Nazionale di Economia Agraria, le importazioni dalla Cina in questo settore sono pari a circa 500 milioni di euro all’anno.

I prodotti a base di pomodoro, in particolare, rappresentano la frazione più rilevante nelle importazioni agroalimentari, pesando per ben il 34% delle quantità totali che ogni anno attraversano le nostre frontiere. Per contro, le importazioni in Cina di prodotti agroalimentari italiani sono pari a circa un terzo dei flussi in senso contrario, e la presenza sul mercato cinese delle famigerate imitazioni non aiuta certo la diffusione, in senso inverso, del Made in Italy in Cina.

I controlli sulle partite di prodotti in arrivo hanno evidenziato la presenza, per fortuna in casi abbastanza sporadici, di riso geneticamente modificato, tè verde contaminato da piombo od altri metalli pesanti e prodotti ittici trattati con un eccesso di polifosfati o nitrofurani (sostanze chimiche ad azione antibatterica). Le infrazioni più frequenti sono tuttavia rappresentate dalla mal conservazione delle derrate alimentari: nei casi più gravi gli alimenti sequestrati dai Nas (Nuclei antisofisticazioni dell’Arma dei Carabinieri) erano contaminate da muffe, vermi, topi.

Il pomodoro cinese

È notizia solo di qualche giorno fa, ma ha già causato un vero e proprio terremoto nel settore. Stiamo parlando della pubblicazione dei risultati di uno studio effettuato da Coldiretti, Unci (Unione Nazionale Cooperative Italiane) e Aiipa (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari) riguardante l’importazione di pomodori dalla Cina. Nel primo trimestre del 2010 le importazioni di concentrato di pomodoro cinese sono aumentati del 174% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: stiamo parlando di qualcosa come 82mila tonnellate di conserve, una quota pari a circa il 10% della materia prima lavorata dalle aziende del nostro Paese. Si tratta, in particolare, di triplo concentrato di pomodoro, utilizzato dalle industrie italiane che, dopo una rilavorazione, lo trasformano in doppio concentrato di pomodoro che viene esportato per la quasi totalità nei paesi del Medio Oriente e del nord Africa.

Si calcola che ogni giorno, nei porti italiani, arrivino in media più di mille fusti di conserva di pomodoro di origine cinese, ciascuno dei quali ha una capienza di oltre duecento chilogrammi. Il prodotto viene utilizzato dalle aziende di trasformazione e successivamente immesso sul mercato come prodotto italiano, dato che in etichetta non è obbligatorio specificarne l’origine.

Quali sono i problemi legati a questa vera e propria invasione? Le normative di produzione e a livello sanitario innanzitutto, che non sono le stesse dell’Europa. Sono stati denunciati casi di trattamento delle colture con prodotti nocivi per la salute umana (alcuni addirittura messi al bando in Europa), e residui degli stessi sono stati anche trovati nelle conserve. Inoltre, le modalità di conservazione e trasporto del prodotto possono non rispondere ai requisiti sanitari europei. Anche dal punto di vista sociale ed ambientale non mancano i problemi: spesso per far posto alle colture vengono distrutte zone ad elevata naturalità, e i braccianti agricoli che si occupano delle coltivazioni sono frequentemente sfruttati e sottopagati. Nei casi più gravi, per i lavori agricoli vengono utilizzati i detenuti (spesso anche politici) rinchiusi nei Laogai, veri e propri campi di concentramento gestiti dal governo di Pechino. I detenuti sono costretti ai lavori forzati in condizioni spesso disumane, senza retribuzione né alcun genere di tutela sanitaria.

E le industrie italiane “serie”? I principali produttori di conserve di pomodoro italiane risentono fortemente della concorrenza sleale dell’import cinese, con danni economici e di immagine.

Il riso cinese

Il riso è un cereale di origine asiatica, che rappresenta la base alimentare per miliardi di persone nel mondo. Esiste una variante geneticamente modificata (OGM) di questo riso, detta Bt; questo sta per Bacillus thuringiensis, ovvero un batterio in grado di uccidere gli insetti parassiti attraverso la produzione di una tossina, i cui geni sono stati impiantati nel Dna del riso per renderlo immune agli attacchi.

Da un rapporto del 2006 di Greenpeace è stata evidenziata la presenza di riso geneticamente modificato all’interno di prodotti alimentari commercializzati in Gran Bretagna, Francia e Germania. Il consumo a livello umano di questo riso non è autorizzato dall’Unione Europea, in quanto al suo interno è presente la tossina Cry1Ac, che è un potenziale allergene umano. La sperimentazione degli effetti dell’assunzione di questo riso transgenico è ancora in fase di test, perciò a tutt’ora questo cereale è bandito a livello europeo.

E non si parla solo di OGM, ma anche di contaminazioni chimiche, come ad esempio da parte della famigerata melamina. Ricorderete tutti lo scandalo del latte in polvere “avvelenato” da questa sostanza: nel gennaio del 2009 a Ravenna furono sequestrate intere partite di proteine di riso alla melamina.

Il riso cinese rientra nella preparazione di prodotti come gli spaghetti o i bastoncini di riso, oppure è commercializzato tal quale. In alcuni casi, esso viene utilizzato dalle industrie italiane per la produzione di risotti.

Prodotti ittici

Le importazioni di pesce e crostacei dalla Cina rappresentano un grande business, in quanto i prezzi sono decisamente concorrenziali rispetto a quelli dei prodotti “nostrani”. Ma sotto si nasconde un’insidia rappresentata dalle contaminazioni: basti pensare che negli Usa, nel 2007, numerose categorie ittiche (anguille, carpe, frutti di mare) furono inserite in una sorta di lista nera di prodotti di origine cinese vietati. Motivo? La FDA (Food and Drug Administration) rilevò la presenza di sostanze cancerogene ed antibiotici in questi alimenti, per via degli effetti negativi sulla salute umana. Non solo: all’interno dei prodotti ittici furono talvolta rilevate elevate concentrazioni di ormoni di origine umana, utilizzati in acquacoltura per aumentare i tassi di crescita degli animali.

La denuncia di un dissidente politico cinese, Zhou Qing, a riguardo è agghiacciante: sembra che gli allevatori riversassero grandi quantità di antibiotici e pillole anticoncezionali (messe a disposizione dalle autorità sanitarie per il controllo delle nascite) all’interno delle vasche per aumentare la resistenza dei pesci alle malattie e, al contempo, farli crescere più velocemente. Il pesce poi veniva rivenduto in altre zone della Cina (gli acquacoltori evitavano attentamente di consumarlo loro stessi!) oppure era destinato all’export.

Gli effetti? Nonostante il tentativo di insabbiare il tutto da parte del governo di Pechino, moltissimi bambini nelle zone rurali della Cina manifestavano segni di maturità sessuale precocissima (addirittura a partire dall’età di sei anni) dovuta all’accumulo di ormoni nel loro organismo.

Anche i tartufi dalla Cina

Ebbene sì, esistono anche i tartufi cinesi. Il consumo dei pregiati funghi riguarda senz’altro una fetta di minoranza dei consumatori italiani, ciononostante è importante sottolineare che le importazioni agroalimentari dalla Cina comprendono anche questo prodotto.

Soprattutto negli ultimi anni, in controtendenza con la crisi economica mondiale, il pregiato fungo ha raggiunto quotazioni da capogiro, arrivando a quotazioni di oltre tremila euro al chilogrammo. E la Cina ne esporta annualmente circa ottocento tonnellate, che in termini economici corrispondono ad oltre 15 milioni di euro. Con costi di produzione irrisori: pochi euro al chilogrammo pagati ai contadini delle zone montane più povere della Cina. Nonostante i controlli, il tartufo cinese è riuscito a sbarcare anche nella nostra penisola, anche se in quantità limitate, e dagli anni ’90 viene segnalata la sua presenza, spesso “camuffato” da tartufo nostrano.

Il tartufo “incriminato” appartiene principalmente alla specie Tuber indicum, diffuso in Asia, che non ha nulla da spartire in termini organolettici col rinomato tartufo che si trova in Italia (come quello nero, il Tuber melanosporum). Infatti, la versione asiatica non ha profumo né sapore, e spesso viene venduta insieme al fungo “vero”: il consumatore si accorge della differenza (e della fregatura) solo al momento dell’assaggio.

Per non parlare dei problemi ecologici che l’importazione di T. melanosporum può generare a carico dei nostri ecosistemi: la specie è in grado di ambientarsi anche da noi e, se coltivata a scopi commerciali, potrebbe arrivare a minacciare la sopravvivenza in natura del tartufo autoctono.

Infine, qualche consiglio per non trovarsi in tavola il made in Cina

È indispensabile, innanzitutto, premettere che i controlli da parte dei Nas e delle autorità sanitarie italiane ci sono, e funzionano: basti vedere i numerosi sequestri effettuati. La maggior parte del cibo di origine cinese è assolutamente sicura, mentre i casi di potenziale pericolo sono – per fortuna – limitati. Ciò non deve comunque far abbassare la guardia e, se vogliamo essere il più cautelativi possibile, bisogna prestare grande attenzione a dove facciamo la spesa. Le bancarelle di prodotti cinesi o i supermercati etnici con i loro bassi prezzi possono invogliare all’acquisto, ma è qui che si nascondono spesso le maggiori insidie.

Preferenza andrebbe sicuramente accordata ai prodotti di aziende italiane, sia per una questione di controlli delle materie prime, sia dal punto di vista del sostegno economico. E naturalmente, sempre diffidare dei prodotti troppo a buon mercato, di marchi poco affidabili e dalle etichette non trasparenti.

Siti internet sui prodotti alimentari dalla Cina

Efsa
http://www.efsa.europa.eu/it

Carabinieri
http://www.carabinieri.it/Internet/Cittadino/Informazioni/Tutela/Salute/



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