Cohousing in italia

Cohousing: una parola che esprime un concetto complesso, ma tuttavia incoraggiante. Si tratta di un “nuovo” modo di abitare, che in realtà si ispira alle comunità e ai villaggi di una volta, oltre a essere praticato già dagli anni ’60 all’estero. Dovrebbe significare, letteralmente, “abitare insieme”, quindi condividere e socializzare, dimezzare costi e aumentare i vantaggi.

Non si tratta però di abitare fra le stesse mura, anche se sotto lo stesso tetto, con persone estranee: il concetto di cohousing preserva comunque la privacy e la volontà di vivere per conto proprio, nella propria casa, ma mira a rendere comuni alcuni spazi e alcune attività con gli abitanti dello stesso “condominio” o complesso residenziale, condividendo alcune situazioni che così risultano più vantaggiose per tutti.

In pratica il cohousing si dovrebbe verificare in condomini dotati di aree comuni da gestire in condivisione, in modo da creare anche servizi utili a tutti gli abitanti degli appartamenti compresi nel complesso residenziale.

Negli spazi comuni si possono creare spazi utilizzabili come asili per bambini piccoli, piscine, sale per feste e accoglienza degli ospiti, aree per gestire acquisti solidali, circoli ricreativi per anziani, palestre, sale per mangiare insieme e per condividere interessi, lavanderie comuni e tante altre potenziali aree, che sono gli stessi abitanti a scegliere con una “progettazione partecipata”.

Cohousing in italia

Come nasce il cohousing in italia

Il cohousing esiste dagli anni ’60 ed ha trovato terreno fertile in alcuni Paesi europei, americani e orientali. Da qualche tempo il cohousing sta facendo capolino anche in Italia, dove anche le istituzioni pubbliche cominciano a interessarsene: il cohousing infatti comporterebbe degli indubbi vantaggi sia in termini sociali e collettivi, sia in termini personali per i singoli individui o le singole famiglie.

Se infatti ogni condominio potesse avere il suo asilo, magari gestito da maestre in pensione, le famiglie risparmierebbero tempo e denaro; in cambio i giovani farebbero la spesa per gli anziani, e via discorrendo; gli esempi in questo senso, in termini di vantaggi singoli, sarebbero innumerevoli.

Dall’altra parte, a livello sociale sarebbero molti i vantaggi in termini di risparmio energetico: la condivisione dei costi relativi a impianti ecologici ad esempio, ridurrebbe le spese per gli abitanti del cohousing, ma anche le emissioni nocive per l’ambiente.

Non si tratta di un modo di vivere e di abitare utopico: esistono già molte “comunità” nel mondo e alcune in Italia che funzionano: certo non si tratta di luoghi dove si va tutti d’accordo, ma dove le persone partono già da un’idea di apertura mentale e di condivisione, e dove quindi si è più inclini a dialogare e a risolvere problemi e controversie cercando la soluzione migliore per tutti ed evitando il più possibile scontri e litigi.

Inoltre l’impegno richiesto per rispondere a tutte le esigenze di una progettazione partecipata e a decisioni condivise che interessano tutti a un livello superiore rispetto a un semplice condominio, è molto elevato, soprattutto in termini di tempo e di coinvolgimento personale. Ma i vantaggi anche in termini di socializzazione (non s rischia mai di rimanere soli) sono alti.

Capire il cohousing

Per capire nel dettaglio cosa significa cohousing e come funziona concretamente, abbiamo parlato con Nadia Simionato, Responsabile Relazioni Esterne di Cohousing.it, che in modo puntuale ed esaustivo ha risposto a molte domande, permettendoci di capire a fondo che cos’è veramente il cohousing in italia.

Che cos’è e cosa significa concretamente?

Il cohousing è un modo di abitare e vivere che coniuga l’indipendenza e la privacy della propria abitazione con la possibilità di condividere spazi e servizi comuni (come per esempio micronidi, laboratori per il fai da te, auto in comune, palestre, stanze per gli ospiti, orti e giardini…). al fine di recuperare la socialità, sfruttare le economie di scala (che consentono da un lato di risparmiare, dall’altro di riuscire a concedersi piccoli/grandi lussi, che nella maggior parte dei casi non sono sostenibili dal singolo) e recuperare una dimensione di vita più semplice, più attiva e più serena. È il concetto delle corti o dei piccoli villaggi di una volta rivisitato in chiave contemporanea, con caratteristiche di modernità, flessibilità, libertà.

Questo modello abitativo nasce in Scandinavia negli anni 60, ed è a oggi diffuso specialmente in Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone. Tipicamente i cohousing consistono in un insediamento di 20-60 unità abitative, per famiglie, single, coppie di ogni età e estrazione sociale, che si sono scelti tra loro e/o che si sono trovati a condividere un’idea abitativa (il concetto che condividere alcuni spazi e servizi possa essere utile, piacevole e interessante) in un luogo reale che consiste in un complesso abitativo dalle caratteristiche (architettoniche, ambientali, qualitative) per loro adeguate. Queste persone decidono quindi di vivere come una “comunità di vicinato” dando vita – attraverso un processo di progettazione partecipata – alla realizzazione di un ‘villaggio’ dove coesistono spazi privati (la propria abitazione) e spazi comuni (i servizi condivisi). La progettazione partecipata riguarda sia il design vero e proprio, sia il progetto di comunità: cosa e come condividere, come gestire i servizi e gli spazi comuni.

Da cosa e da dove nasce?

Il cohousing nasce e si diffonde in Danimarca a cavallo tra anni ’60 e ‘70 per iniziativa dell’architetto danese Jan Gudmand-Høyer che nel 1964 raccoglie un primo gruppo di amici con i quali condivide l’idea del cohousing. La sua intuizione è che in società dominate dal lavoro e dalla coesistenza forzata nelle grandi città sia necessario ricreare il clima e i “servizi” offerti dal vecchio villaggio. L’idea di abitare in coresidenza ‘a servizi condivisi’, ma anche il bisogno di vivere in relazione con gli altri, evitando la solitudine e l’isolamento, ha originato il successo del cohousing in Danimarca, testimoniato dalla realizzazione di ben ventidue insediamenti tra il 1970 e il 1982.

Le esperienze di cohousing si sono rapidamente diffuse nel resto del mondo, dal Canada agli Stati Uniti (particolarmente in California) dove oggi si trovano importanti modelli di riferimento, tra cui ricordo quello di Vancouver (una palazzina multiculturale e multigenerazionale inserita in uno splendido paesaggio che ha incorporato piante pre-esistenti) e lo Swan’s Market di Oakland (un ex-mercato molto ben ristrutturato in piena città che ospita ventidue famiglie che condividono una sala e una cucina per incontri, una palestra, una hobby room, una lavanderia e anche una stanza per gli ospiti).

Sono questi solo alcuni degli esempi di cohousing che si sono imposti all’attenzione di un numero sempre crescente di persone e di professionisti della progettazione partecipata in tutto il mondo e che oggi sono fonte d’ispirazione e riferimento per la nascita dei primi insediamenti in cohousing italiani.

Una ricerca dell’università di Utrecht dimostra che chi vive in cohousing vive più a lungo. Ci può spiegare perché?

Le persone che vivono in cohousing non vivono esattamente più a lungo, piuttosto, a parità di “lunghezza di vita”, vivono meglio ed in salute per un arco di tempo più lungo rispetto a chi abita in abitazioni di tipo tradizionale. Vivere in cohousing infatti permette di avere delle relazioni e una vita sociale più intensa e costante e questo rappresenta uno stimolo continuo per ogni essere umano. Essere più creativi e attivi in modo più costante (dedicandosi all’organizzazione e alla cura degli spazi e dei servizi comuni), occuparsi del bene proprio e degli altri, poter contare su buone relazioni (non per forza parentali) senza che questo sia un obbligo, genera nelle persone benefici psicologici e fisici e, specialmente negli anziani (che solitamente soffrono molto i disagi della solitudine), un senso di rassicurazione e di benessere che aiuta a stare molto meglio per molto più tempo.

Quali sono i vantaggi sociali?

Se pensiamo a quanto illustrato al punto precedente è evidente un primo vantaggio, in termini sociali: si attenua molto il “costo sociale” specialmente di alcune categorie “deboli”: questo è il motivo per cui nei paesi del nord europa le amministrazioni pubbliche promuovono e sostengono l’housing sociale realizzato con la formula del cohousing ed è lo stesso motivo per cui le amministrazioni pubbliche in Italia oggi si stanno interessando a questa formula abitativa proprio come forma privilegiata di housing sociale. Infatti la vita in cohousing stimola la socialità e la collaborazione tra le persone, consente agli abitanti di vivere utilizzando spazi e servizi (che possono essere autogestiti o dati in gestione) che rendono la vita più facile e meglio organizzata. Questo spesso si riflette anche al di là dei confini del cohousing, nel quartiere e nella città (se c’è un asilo nido nel cohousing, spesso questo è aperto anche ad accogliere altri bambini del quartiere, se si organizzano mostre, attività ecc, esse possono essere aperte a tutti, a beneficio della comunità circostante…).

Quali sono i vantaggi economici? Il concetto è simile a quello della “banca del tempo”?

Sono fondamentali le economie di scala. Acquistare una casa in cohousing (proprio perché un progetto di cohosuing parte quando esiste un nucleo “promotore”, quindi almeno il 1/3 dei futuri residenti) significa ottenere maggior qualità (architettonica, edilizia, impiantistica) e la presenza di molti spazi comuni senza subirne il costo maggiore. Ma anche l’acquisto di altri beni e servizi ha gli stessi vantaggi determinati dell’acquisto di “gruppo”: gli arredamenti, i beni strumentali, quelli di uso quotidiano (cibo, attrezzi, giochi per i bambini… specialmente se la comunità si organizza in Gruppi di Acquisto). Ma i benefici sono anche “gestionali” (e in questo senso ci si avvicina al concetto di “banca del tempo”): chi vive in cohousing costruisce con gli altri veri e propri percorsi di gestione delle attività quotidiane, vantaggiosi per tutti (ad esempio: la ex maestra, oggi in pensione, tiene i bambini delle coppie che lavorano durante il giorno – una sorta di nonna acquisita – e, in cambio, i genitori vanno in macchina a fare la spesa per lei e le fanno qualche lavoretto in casa, poi, la sera si va tutti insieme al cinema o a teatro…).

E i vantaggi invece “ambientali”, di sostenibilità e risparmio energetico?

I cohousing, spesso organizzati in gruppi di acquisto solidale (GAS) sono molto attenti al risparmio energetico, alla qualità edilizia (bioedilizia, classe energetica elevata), all’uso consapevole delle risorse, all’acquisti di prodotti a km zero ecc. Se moltiplicassimo questi vantaggi sul numero potenziale di cohousing, tutti questi vantaggi avrebbero anche un riscontro sociale di portata notevole.

Quali sono i servizi a disposizione dei cohouser all’interno dello stesso complesso residenziale?

Si potrebbe sostenere che ogni cohousing è un “mondo a sé”. Infatti ogni gruppo di abitanti decide quali spazi e quali servizi condividere, quindi potenzialmente potrebbero verificarsi casi molto diversi. In realtà ci sono degli spazi e dei servizi “tipici”, scelti da moltissimi cohousing, e altri spazi e servizi che rispecchiano di più la “personalità dei propri abitanti”.

Gli spazi servizi che si tende comunemente a scegliere riguardano questi ambiti:

  • cura e la gestione dei piccoli (asili, spazi per giocare);
  • socialità (stare insieme, riunirsi, mangiare insieme, fare feste);
  • benessere psicofisico (area benessere, palestra, piscina);
  • tempo libero (spazi creativi, ludici, per arte, musica, hobby, lettura e cultura);
  • organizzazione e la cura del verde (giardino, orto/serra comuni);
  • facilità della vita (car/bike sharing, car pooling, rete a banda larga condivisa, gruppo di acquisto).

Come fanno concretamente a trovarsi e a incontrarsi i futuri co-abitanti per il periodo di training di sei-otto mesi? Come fanno a sapere prima se sono “compatibili”? Si può cambiare idea dopo per motivi di “incompatibilità”?

Secondo il modello che proponiamo noi, che deriva da ricerche svolte all’estero le quali hanno confermato la difficoltà e l’alto tasso “di mortalità” dei cohousing spontanei (anche se noi sosteniamo e seguiamo i gruppi spontanei che si rivolgono a noi, offrendo supporto tecnico, di facilitazione, di reclutamento, completamento e accompagnamento del gruppo), si parte da un interesse di base a vivere in cohousing (che costituisce la matrice comune). Ci sono ad oggi circa 8.500 persone iscritte alla nostra community, che potenzialmente desiderano vivere con questa filosofia.

Tale desiderio si deve però tramutare in un “oggetto concreto”, la casa (in cohousing): è rarissimo che le persone siano disponibili a trascendere dalla scelta della loro abitazione (con le caratteristiche desiderate in termine di ubicazione, stile architettonico, qualità edilizie, classe energetica, disposizione e funzionalità del proprio appartamento, prezzo) pur di vivere in cohousing. Per questo, fatto salvo il desiderio di vivere in questo modo, prima di tutto le persone cercano la loro casa.

È proprio per questo noi partiamo dalla proposta di un immobile o di un’area e/o di un progetto (che abbiamo selezionato a monte: l’attività di scouting da parte nostra è infatti intensissima e selezioniamo i progetti che proponiamo con estrema cura e attenzione, portando avanti solo quei progetti che riteniamo sostenibili da un punto di vista di ubicazione, di sostenibilità architettonica, energetica, economica, di comfort abitativo e di attenzione alla socialità). Una volta costituito il gruppo promotore, che comincia a dare un’identità al cohousing e un indirizzo alla destinazione degli spazi comuni, man mano che ci sono nuove adesioni, i nuovi nuclei famigliari si inseriscono nel percorso, informati di quanto già deciso e, sottoscritte le decisioni già assunte dal gruppo, vengono accolti, così via, fino al completamento del progetto.

È chiaro che i primi faranno l’intero percorso, gli altri, col passare del tempo, si aggregheranno, affrontando un percorso già delineato, perlomeno nei elementi fondativi, aderendo all’impostazione iniziale. È molto raro che si verifichino incompatibilità tra le persone: chi si avvicina al cohousing è predisposto al dialogo e a una visione positiva del bene comune. Le decisioni prese da un gruppo tendono ad essere moderate, razionali e condivisibili dai più (le dinamiche di gruppo sono proprio quelle che consentono di smussare le tendenze più “estreme”, le quali vengono escluse dalla maggioranza).

Alla domanda che spesso ci sentiamo fare dai possibili futuri cohouser, “ma andrò d’accordo con gli altri?” la risposta che diamo è che si troveranno ad interagire con persone molto simili a loro, magari con idee e impostazioni diverse, ma con la stessa apertura e capacità di interagire in senso positivo e questo consentirà loro di trovarsi bene. Questo accade davvero. Spesso ci si sorprende di quanta civiltà e senso del bene comune esistano, eppure sono molte di più di quello che ci si aspetta le persone che condividono questa modalità del vivere, anche in Italia. Ovviamente, nel caso di forti incompatibilità, si trova la soluzione migliore (con l’eventuale uscita della persona) ma questo caso non si è mai verificato nella nostra esperienza.

Cosa significa acquistare e costruire una casa in cohousing?

La necessità di fondo è sempre quella abitativa (acquistare / prendere in affitto la propria casa). Scegliere di vivere in cohousing significa tuttavia essere predisposti a interagire con gli altri, essere consapevoli dei vantaggi e, dall’altra parte, degli impegni che questo comporta. Nella maggior parte dei casi è necessario che le persone affrontino un processo di “concretizzazione” dei propri desideri: dal sogno di vivere in cohousing al rendersi conto del fatto che si tratta comunque di comprare una casa (costruendo o ristrutturando), che ciò ha un costo sia in termini economici (l’acquisto di una casa), sia in termini di disponibilità psicologica (affrontare un percorso di progettazione partecipata in cui ci si confronta con gli
altri), sia in termini di impegno personale (metterci tempo, risorse, impegno, organizzarsi, fare delle scelte concrete, partecipare). Tanto da dare, se vogliamo, ma per avere di ritorno una qualità di vita che non ha paragoni.

Si parla di costi molto bassi anche per l’acquisto: perché? I sistemi costruttivi rapidi sono comunque sinonimo di qualità e di comfort abitativo?

Il vantaggio sui costi può essere molto evidente solo nel caso in cui ci sia l’intervento di un soggetto pubblico che promuove un intervento nell’ambito dell’housing sociale (mettendo ad esempio a disposizione un edificio o un’area). Come ho detto prima, sono possibili dei saving sui costi e dei vantaggi determinati dall’acquisto di un gruppo rispetto a quello di un singolo (il potere di trattativa infatti è maggiore), ma chi ha esperienza del settore immobiliare sa bene che, specialmente se si tratta di abitazioni costruite con criteri qualitativi elevati, non si riesce a scendere sotto un certo livello di prezzo (dati i costi determinati dal valore delle aree sommati ai costi di costruzione e alle altre voci di costo).

In particolare in Italia, le aree edificabili e gli immobili da ristrutturare ad uso residenziale sono valorizzati a prezzi elevati e questo si riflette sul costo finale. Alcuni nuovi sistemi costruttivi che si stanno sperimentando oggi sul mercato italiano possono essere molto validi e ciò può contribuire ad abbassare i costi (in quanto si ipotizza di portare a completamento la costruzione in tempi rapidi, riducendo soprattutto gli oneri finanziari). La qualità e il comfort abitativo dipendono dai materiali e dalle tecnologie utilizzate.

Ci sono costruzioni ecocompatibili, che possono raggiungere la classe energetica più elevata: un esempio sono le case in legno in cui noi crediamo davvero molto, tanto che abbiamo intenzione di lanciare a breve un nuovo progetto con questa tecnologia, nella convinzione che la nostra community (cohousing.it conta oggi oltre 8.500 iscritti) reagisca positivamente a questo stimolo. La vita in cohousing, tempi più rapidi di costruzione, prezzi sostenibili, qualità abitativa impareggiabile, bioarchitettura, impatto zero, prezzi adeguati… questi sono gli ingredienti in cui noi crediamo fortemente (l’abbiamo battezzata “sostenibilità totale”), questa è la nostra sfida, qui ci siamo diretti e siamo convinti del successo che avrà questa proposta.

Quali sono i progetti già avviati in Italia e quelli da avviare a breve? In quali zone del Paese?

Abbiamo portato a conclusione nel luglio 2009 il primo progetto di cohousing in Italia. Si trova a Milano e si chiama Urban Village Bovisa. Costituito da 32 unità abitative (in cui vivono dai single, alle giovani coppie con o senza figli, alle famiglie consolidate, agli anziani), ha 150 mq di spazi comuni coperti (living room, lavanderia con zona stiro, hobby room, deposito biciclette, deposito merci del Gruppo di Acquisto Solidale), un giardino di 400 mq e una terrazza di 185 mq con piscina scoperta e zona barbecue). Abbiamo concluso un anno fa anche Cosycoh, il primo progetto di cohousing in affitto (per giovani con meno di 36 anni, a 10 euro al mq con 80 mq di sala polifunzionale comune). Stiamo promuovendo in questi mesi TerraCielo, un progetto alle porte di Milano (a Rodano) in classe energetica A+, con geotermia e pannelli fotovoltaici che consentiranno l’azzeramento dei costi per il riscaldamento e il raffrescamento delle abitazioni e degli spazi comuni.

Il gruppo che ha già acquistato la propria casa a TerraCielo (circa 28 famiglie, sono ancora disponibili circa 25 unità) sta partecipando alle sessioni di progettazione partecipata durante le quali si è definito un orientamento sulla destinazione degli spazi comuni: gli oltre 400 mq di spazi coperti saranno destinati a: sala polifunzionale con cucina comune, area giochi/asilo, hobby room, deposito per il Gruppo di acquisto solidale, palestra, area benessere, solarium, sala musica, stanza per gli ospiti; gli oltre 2.000 mq di spazi verdi saranno destinati a giardino comune, orti e frutteto.

I nuclei famigliari che aderiranno nei prossimi mesi saranno inseriti nel percorso di progettazione partecipata e accolti da coloro che sono già all’interno del gruppo, saranno chiamati a sottoscrivere la carta dei valori già redatta dal gruppo promotore e saranno chiamati a contribuire alle scelte sul design e sull’utilizzo degli spazi e dei servizi comuni , inclusa la loro e organizzazione. Stiamo inoltre lavorando per lanciare entro l’anno il progetto “sostenibilità totale” di cui accennavo prima a Milano e Padova altri progetti a Torino, Roma, Genova, Parma, Bologna.

Quanto c’è di utopico nella convivenza “gioiosa” tra abitanti dello stesso complesso residenziale? Quanto funzionano in concreto i progetti già avviati (anche all’estero)?

Sembra strano ma il cohousing funziona. Non è un luogo ideale dove si vive felici e tutto è facile. Non è un luogo dove non avvengono mai scontri o divergenze, ma un luogo dove le divergenze vengono affrontate con la capacità e il desiderio di trovare una soluzione. È una scelta che, seppur impegnativa, paga. L’approccio diverso consiste nel fatto che le persone interagiscono, che sono disponibili al dialogo ascoltano, si confrontano, si impegnano per il bene comune di cui hanno rispetto e che considerano una risorsa.

La strada non è né più facile, né più breve, semplicemente più consapevole e le persone sono più organizzate (hanno gli strumenti per affrontarla): semplicemente non esistono le riunioni condominiali dove una volta all’anno si litiga, bensì gruppi di lavoro che si interessano dei vari temi da affrontare e li approfondiscono per relazionare agli altri, incontri (anche durante un aperitivo a bordo piscina) con persone disponibili a considerare la posizione degli altri. È significativa la testimonianza di una cohouser che alla fine del percorso di progettazione partecipata disse: “non mi aspetto di non scontrarmi mai con nessuno né che tutti mi stiano simpatici allo stesso modo (o di essere io simpatica a tutti), semplicemente sono consapevole di poter ragionare assieme agli altri, di poter discutere in modo appropriato sulle scelte da fare, di avere gli strumenti per affrontare e risolvere i conflitti nel modo migliore che troveremo”. Un altro cohouser, dopo quasi due anni di vita in cohousing, ha affermato: “vivere in cohousing richiede un certo impegno, nonostante ciò non tornerei indietro perché quello che siamo riusciti a fare e la qualità delle vita che trovo qui, valgono molto di più.”

Ovviamente gli strumenti che rendono possibile tutto questo vengono forniti durante il percorso di progettazione partecipata (che consente a tutti i partecipanti al progetto di conoscersi in profondità, di arrivare a definire un modello comune e condiviso di convivenza e di apprendere delle metodologie utili prendere le decisioni e a collaborare). Il percorso prosegue abitando insieme e mettendoci un po’ di impegno: in poche parole tale percorso trasformerà le famiglie da nuclei accomunati dall’iniziale desiderio di vivere in cohousing a vera e propria comunità.

Per maggiori informazioni potete visitare il sito www.cohousing.it



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8 Commenti

  1. Sandra
  2. Sara Forelli
  3. mariarosa loreto
  4. anna
  5. anna
  6. angela vaira
  7. anna rosa brini
  8. zio gian

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