Come funzionano le elezioni in America

Se ne è parlato molto prima dell’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti e se ne parla ancora adesso perché il sistema di elezione americano è molto diverso dal nostro. Parole come “grandi elettori” non sono concetti per noi tanto immediati, ma ecco qualche spiegazioni in più per chi vuole saperne di più sulla politica d’oltreoceano.

Come funzionano le elezioni in america

In America lo chiamano Election Day, il giorno in cui si vota, e avviene ogni quattro anno, con la possibilità, per il Presidente uscente, di essere eletto per altri quattro anni. In particolare, questo avviene il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Sembra una cosa piuttosto strana, ma in realtà questa decisione deriva da una legge del Congresso, risalente al 1845, che prescrive ai cittadini di votare in questo modo, tra il due e l’otto di novembre.

Venne scelto il martedì perché lontano dal lunedì, a sua volta collegato alla domenica, il giorno del signore, che non doveva per nessun motivo essere coinvolto in questioni politiche. Gli altri giorni della settimana, inoltre, erano quelli dedicati alle attività commerciali, in cui i cittadini si spostavano per stringere affari, vendere e guadagnare.

In America si vota a novembre, un mese di certo non scelto a caso. Novembre era il mese in cui i contadini avevano già finito di preparare i campi per il lungo inverno, ma allo stesso tempo l’inverno non era ancora arrivato con tutta la sua forza; per chi si recava a votare a cavallo, o a piedi, novembre rappresentava quindi il giusto compromesso.

Il sistema delle elezioni americane

L’America ha il suo nuovo Presidente, Donald Trump, e durante la lunga campagna elettorale per le elezioni presidenziali tutto il mondo ha seguito con attenzione lo sviluppo degli eventi. E anche in Italia c’è stata grande attenzione per l’argomento, di grande importanza per gli sviluppi e gli equilibri futuri mondiali. Ma quante volte i risultati o i commenti che i giornalisti comunicavano ci sono sembrati poco comprensibili? O meglio, le informazioni risultavano comprensibili solo per chi conosce abbastanza in profondità come funziona il sistema di elezioni americane.

Questo perché il sistema di elezioni americano è molto diverso dal nostro, pone molto l’accento sui singoli stati e sulla popolazione che ne detta i numeri e perché l’elezione del Presidente è mediata dalla presenza di figure molto importanti: i grandi elettori. Ma vediamo di capirne di più e comprendere perché queste figure sono così importanti e su cosa si basa l’intero sistema delle elezioni americane.

Durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali americane si è discusso molto sui candidati, sul sistema di elezioni americane e su come funzionano le cose in America. Sì, perché per parlare di politica americana è necessario conoscere quali sono i meccanismi che regolano le elezioni. Per esempio, cosa sono i grandi elettori? Quali sono i cosiddetti stati “caldi”. Eccovi allora tutte le risposte del caso.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America è il capo del governo, è responsabile di tutte le funzioni esecutive del governo federale, è il comandante delle Forze Armate e ha nomina elettiva. Quando si parla di elezioni americane, però, è d’obbligo una premessa: i cittadini americani non eleggono direttamente il presidente ma votano i famosi grandi elettori, di cui molto si è parlato in occasione dell’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America.

Ma che cosa significa questo? Proviamo a spiegarlo meglio. Gli Stati Uniti sono una nazione federale che conta 50 stati. Al momento delle elezioni presidenziali ogni stato in base al numero di deputati e senatori avanza un numero di grandi elettori. Il numero dei parlamentari dipende dalla popolazione dello Stato e lo stesso vale per i grandi elettori; questo significa che gli stati con più popolazione hanno più grandi elettori degli stati più piccoli.

Ogni candidato alla Presidenza è connesso a una lista di grandi elettori. Ma chi sono i grandi elettori? Si tratta di persone, spesso funzionari di partito, che vengono scelte dai comitati elettorali. Fin qui tutto semplice. La situazione si complica un po’ se consideriamo che su 50 stati, i grandi elettori di 48 stati vengono eletti mediante un sistema maggioritario.

Questo significa che il candidato che prende più voti vince in quello Stato vince tutti i grandi elettori possibili. Questo vuol dire che anche se lo scarto, in termini di percentuali, è ridotto, la vittoria è comunque netta, anche se la differenza è poca.

In soli due stati, il Maine e il Nebraska, vige invece un sistema proporzionale. Questo significa che chi prende un voto in più in un quello Stato vince due grandi elettori, con l’aggiunta di un altro grande elettore che viene dato a chi avrà più voti dentro ogni collegio congressuale dentro il quale lo stato è diviso.

In tutto esistono 538 grandi elettori e, per diventare Presidente, è necessario vincere con la maggioranza assoluta dei voti, pari a 270. I cittadini, quindi, scelgono i grandi elettori e i grandi elettori, riuniti nel collegio elettorale, votano il Presidente.

I grandi elettori, per ogni Stato, esprimono la loro preferenza per un candidato alla Presidenza e un candidato vicepresidente. Il risultato viene poi comunicato e formalizzato con l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti.

In linea teorica, i grandi elettori possono votare chi preferiscono, tranne in alcuni Stati in cui è prevista una multa per il cambio di rotta, indipendentemente dalla lista del candidato Presidente a cui erano collegati. L’impegno politico di rispettare la volontà degli elettori, quindi, è un impegno di matrice politica che viene rispettato quasi sempre, tranne in alcuni casi e rari casi, in cui effettivamente il patto è stato violato, ma senza risultati decisivi per l’elezione del Presidente. Il voto dei grandi elettori è segreto ma, in ogni caso, dal momento che questi votano nella capitale, qualora ci fosse un cambiamento di rotta sarebbe semplice risalire al “colpevole”.

Può succedere, in altri casi, che uno dei grandi elettori scelga volontariamente di manifestare la sua intenzione di non votare più per il suo candidato per protesta o per attirare l’attenzione dei giornalisti e dell’opinione pubblica, ma anche in questi casi quando si è verificata questa eventualità non si è trattato di un episodio decisivo ai fini dell’elezione del presidente.

Entriamo adesso nel vivo del sistema maggioritario americano e cerchiamo di capire cosa succede se un candidato ottiene la maggioranza di voti totali ma la minoranza dei voti dei grandi elettori che possono portarlo a perdere le elezioni. Facciamo un esempio pratico di facile comprensione.

Immaginiamo che l’America abbia solo tre Stati, per semplificare la questione, e che ognuno di questi tre Stati abbia dieci grandi elettori ciascuno. Immaginiamoci anche i candidati alla presidenza: il candidato A e il candidato B. Nel primo Stato il candidato A vince con quasi il 100% dei voti, nel secondo e nel terzo il candidato B vince con una maggioranza del 52%.

A parità di voti, il candidato A è vincente, ma non sul piano dei grandi elettori. 10 grandi elettori andranno al candidato A, che nel primo Stato avrà sbaragliato l’avversario, ma il candidato B, avendo vinto negli altri due stati, porterà a casa ben 20 grandi elettori.

Abbiamo detto che il Presidente, per essere eletto, ha bisogno del voto di 270 grandi elettori. Ma non sempre si arriva a questa conclusione. Può succedere, per esempio, che si arrivi a un risultato alla pari, di 269 voti. Oppure, può succedere anche i candidati alla Presidenza siano tre e che quindi debbano spartirsi il numero dei grandi elettori. In questi casi, entra in gioco il Congresso, anche se queste eventualità sono piuttosto rare. Se dovesse succedere un’eventualità simile, il nuovo Presidente sarebbe eletto dalla Camera dei Rappresentanti e ogni delegazione avrebbe diritto a un solo voto, a prescindere dalle dimensioni del territorio.

L’importanza di alcuni Stati: Ohio e Florida

Abbiamo detto che ogni stato esprime un numero di deputati e senatori e, in vista delle elezioni, un numero di grandi elettori calcolati in base alla popolazione. Questo significa che gli Stati più popolosi hanno molta importanza per le elezioni. La Florida e l’Ohio, quindi, sono due Stati molto importanti in questo senso e possono decidere le sorti delle elezioni.

In particolare, l’Ohio viene definito uno “swing state”, ossia uno Stato che in genere alterna tra il voto dato ai Democratici e quello talvolta dato ai Repubblicani. L’Ohio deve la sua nomea di Stato cardine sin dai tempi di Jimmy Carter, che ne 1976 sconfisse Ford per pochi voti e proprio grazie a quelli dell’Ohio.

La lunga notte dell’America

Un’altra profonda differenza che traccia un modo completamente diverso di vivere le elezioni politiche in America è quella che viene definita “la lunga notte americana”. Negli Stati Uniti non esiste il Viminale che, dati alla mano, si impegna a diffondere i risultati dopo le prime proiezioni che diventano definitive con il passare del tempo.

Negli Stati Uniti, ogni Stato trasmette personalmente il proprio risultato, uno dei motivi per cui le elezioni politiche americane sono considerate, a prescindere dalle coalizioni, appassionanti e avvincenti dal punto di vista del loro svolgimento.

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