Intervista a George Maag (quarta parte)

Ho voluto dividere l’intervista a George Maag in più parti, questa è la penultima. Anche oggi lo scrittore di parla di un libro particolare, di un tema delicato come la Sindorme di down. Il libro si intitola “21 una parte di mondo”. * Un altro libro impegnativo si intitola “21 una parte di mondo” . Come mai ha deciso di affrontare un altro argomento delicato, come la sindrome di down? Sono da sempre attratto dalla diversità. Forse perché ho cambiato tre volte Paese in vita mia, e ho dovuto vivere sulla mia pelle cosa significa essere “diversi”. A volte basta

Ho voluto dividere l’intervista a George Maag in più parti, questa è la penultima. Anche oggi lo scrittore di parla di un libro particolare, di un tema delicato come la Sindorme di down. Il libro si intitola “21 una parte di mondo”.

* Un altro libro impegnativo si intitola “21 una parte di mondo” . Come mai ha deciso di affrontare un altro argomento delicato, come la sindrome di down?

Sono da sempre attratto dalla diversità. Forse perché ho cambiato tre volte Paese in vita mia, e ho dovuto vivere sulla mia pelle cosa significa essere “diversi”. A volte basta semplicemente parlare un’altra lingua per diventare diversi, ma può essere il colore della pelle o la religione.

Oggi si rischia la diversità semplicemente perché si ha un punto di vista proprio, che non è quello inculcato dalle media e dalle pubblicità. E sono i bambini le vittime predestinate di questa pressione verso un uniformismo. Basta vedere come si vestono oggi già alle Elementari!
Dunque ho detto di sì quando l’editore mi aveva chiesto se volessi scrivere un libro su un tema così difficile come la sindrome di Down per le Medie. E ho voluto scriverlo a quattro mani con Valentina Oliva, una giovane studentessa di filosofia con esperienza diretta della tematica.
Dovevamo dare informazioni, ma non farlo diventare un libro “scolastico” nel senso peggiore della parola, insomma, uno di quei testi noiosi che i ragazzi vorrebbero buttare dalla finestra dopo tre pagine. Doveva essere un libro “vero”, un libro di storie brevi che avrebbero catturato il lettore senza tediarlo con scalette didattiche.

Allo stesso tempo non volevamo crogiolarci nel dolore, e nemmeno far finta che tutto era, in fine dei conti, il migliore dei mondi possibili. Non lo è affatto, è “un mondo a parte”, e lo è per colpa nostra, di noi “normali”. Questo spero che venga fuori dalla lettura del libro.
Mi piacciono le sfide, prima di tutto. Un libro come “21” sarebbe stato una sfida grande, enorme; un camminare perennemente sul filo rischiando di scivolare nel banale o, peggio ancora, nella commiserazione. Erano due errori in cui potevamo cadere facilmente. Scrivere un libro così, lo sapevamo già dall’inizio, sarebbe stato duro.

Quanto duro, l’ho scoperto poi durante la stesura, ma ormai eravamo partiti.
Si trattava di raggiungere un buon equilibrio all’interno del libro. Più che buono, doveva essere perfetto, altrimenti tutto quanto poteva precipitare – o nella banalità, o nella commiserazione. Volevamo storie che parlassero di tutti gli aspetti della sindrome di down, alcune leggere, altre pesanti, così come sono in verità.
E poi ero incuriosito dal “mondo Down”.

Mi piace scrivere libri con temi che mi possono insegnare qualcosa, che nascondono tra le pieghe approfondimenti, possibilità di scoperte interiori. Per me i miei libri sono viaggi interiori, non devono e non possono essere facili, e poi odio il turismo di massa. Sotto questo aspetto, 21 è stato forse il viaggio più bello da quando scrivo.

Domani l’ultima parte dell’intervista a George Maag

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