Il gatto nella storia dell’uomo

Il gatto è un animale il cui rapporto con l’uomo gode di una lunghissima tradizione, molto più che il cane. Elegante, raffinato, ha sempre esercitato un certo fascino e una certa inquietudine sull’essere umano, che non è mai riuscito ad imporsi completamente su di lui come invece è stato per il cane, ma ha sempre dovuto arrendersi ad una sua voglia di autonomia. Dagli Egizi ad oggi, ripercorriamo la storia del rapporto tra l’Uomo e il felino più amato di sempre.

Prima un dio, poi in esilio

Ogni società ha avuto un suo rapporto particolare con il gatto, questo piccolo felino peloso, buffo e paffuto che oggi è il protagonista di storie di Instagram e foto su Facebook. Ovviamente, però, non è sempre stato così. Per esempio, se gli antichi Egizi condividevano con noi un amore spassionato per il gatto, al punto da considerarlo una divinità – più precisamente, era la dea Bastet molto venerata nella città di Bubasti – i Macedoni erano al contrario molto più pragmatici. Non che lo odiassero, attenzione, ma quando Alessandro Magno conquistò l’Impero Egizio nell’anno 333 a.C., i privilegi divini del gatto e il suo stesso ruolo mutarono, e vennero persi. I Macedoni, così come i Greci e i Fenici – tutti e tre popoli mercanti – vedevano nel gatto uno dei tanti animali da esportare, come avevano già fatto coi leoni, il cane e alcune specie di uccelli.

Le popolazioni elleniche in particolar modo ne erano interessate. All’inizio lo consideravano un animale inutile, perché loro per contrastare il problema dei topi – un flagello tipico della storia, e causa delle numerose epidemie di peste, tra cui anche quella di Atene che aveva causato la morte del grande generale Pericle, e la conseguente sconfitta contro Sparta nella guerra del Peloponneso –  i greci, si diceva, per combattere i topi si servivano già delle donnole, più piccole, agili e feroci. Ma ben presto si accorsero che mentre le donnole cacciavano anche i loro animali da compagnia in cortile, i gatti si limitavano solamente ai topi, assumendo un atteggiamento gentile con gli altri animali della casa.

Con questo cambio radicale di considerazione – e di rapporto – il gatto perde la sua figura divina ed istituzionale, e ciò lo si vede anche dai reperti archeologici in bronzo o in pietra che raffigurano leoni, bovini, cavalli, cani e uccelli anche con diversi particolari, mentre il gatto è difficile da trovare. Questo perché il gatto era molto più raro, e non aveva una tradizione nella società greca. Era, insomma, un animale considerato “nuovo”.

Inoltre i greci solevano rappresentare sotto forma di scultura ciò che aveva un significato per loro, quindi naturalmente gli dei, loro stessi (erano un po’ egocentrici!) alcuni animali, magari quelli legati all’agricoltura o all’allevamento. Il gatto ovviamente non aveva una tradizione culturale ben insita nella loro società, per cui l’unica volta – o quasi – che lo si vede raffigurato è in un bassorilievo rappresentante la celebre battaglia di Maratona (V secolo a.C.), mentre affronta un cane. Insomma, nell’antica Grecia l’amore per il gatto non era pratico e reale, ma solo estetico e letterario. Inoltre, è vero che si è detto che c’era il problema dei topi, ma era per lo più legato alle città mentre le zone agricole non ne soffrivano, dal momento che non c’erano le zone cereagricole che sono la roccaforte dei topi.

Da Roma al Medioevo

Come abbiamo detto, quindi, i Greci furono i primi ad importare il gatto dall’Impero Egizio, mentre i Romani lo conobbero molto più avanti pur essendoci alcune testimonianze del felino in alcune zone corrispondenti all’Etruria – quindi Toscana, alto Lazio, Umbria, Romagna e Marche – con delle raffigurazioni in pietra. Il primo a parlarne in modo approfondito è Plino il Vecchio nel suo colossale Storie Naturali. Ciò che comunque porta gli storici a riflettere è che a Pompei ed Ercolano sono stati trovati resti anche di animali, eccezion fatta per il gatto. Un caso curioso, se si considera che all’epoca Pompei era una città molto grande e quindi visitata continuamente da altre popolazioni dell’Impero, come i Greci, gli Ebrei e gli stesi Egizi.

Per spiegare questo fatto si ritiene che i gatti avessero percepito le prime vibrazioni del terremoto e scapparono, riuscendo a mettersi in salvo. Un’ipotesi un po’ azzardata, ma forse potrebbe avere senso perché comunque non erano ancora tanti. Ciò che è certo è che qualcuno ce n’era, e che gli abitanti di Pompei li conoscessero dal momento che un mosaico ritrae un gatto nell’atto di acciuffare un uccello. Ciò che ne viene fuori, comunque, è che i Romani così come i Greci non consideravano il gatto un animale molto interessante, e ne diffidavano forse proprio a causa della diffidenza: la sua eccessiva volontà di indipendenza certo non poteva piacere ad un popolo di conquistatori come i Latini, che quindi non riuscivano a guardarlo con troppo amore.

Ciò che apprezzavano in lui era sicuramente l’aggressività e le dimensioni comunque importanti, che significavano un alto livello di potenza. Per questo motivo cercavano di importare solamente esemplari grossi, dall’Africa, utili per i Circenses, ovvero giochi particolarmente macabri che si facevano fare ai prigionieri al Colosseo e negli altri anfiteatri. Tuttavia, è ai Romani che dobbiamo una prima diffusione del gatto in Europa dal momento che li portavano con loro in battaglia. Nei secoli più tardi dell’Impero, inoltre, iniziarono ad apprezzarne l’utilità contro i topi, in un periodo di sempre maggiore diffusione dell’agricoltura. Non a caso si trovano testimonianze di epoca Romana del gatto in Francia, Spagna, Germania fino anche ai confini della Scozia: tutti luoghi che erano stati sotto il dominio di Roma.

Con l’arrivo del cristianesimo e in generale fino al tempo del secolo VIII (circa il 700 d.C.) sono in molti gli uomini religiosi che si impegnano a voler catalogare gli animali, dividendo quelli considerati benefici da quelli considerati malefici. La nuova spiritualità monoteista tende a dividere il mondo in buono e cattivo, non risparmiando gli animali. E così buoni sono il cavallo, il cane, la colomba – simbolo di pace – l’asino; cattivi sono il topo, il serpente… e anche il gatto. Tale distinzione la possiamo scoprire andando a vedere le decorazioni delle chiese in stile romanico e soprattutto gotico, in cui tra gli animali paradisiaci rappresentati il gatto non c’è. I motivi vanno cercati nel suo mutismo (sappiamo che il gatto non miagola mai se non quando caccia o ha bisogno di qualcosa), sempre nella sua mai capita indipendenza  e anche nella paura dei suoi occhi, i quali sono celebri per illuminarsi, e apparivano agli uomini del tempo come due “faville uscite dalle fiamme dell’inferno”. Altri motivi sono il suo passo felpato, quel suo apparire e scomparire molto misterioso che lo facevano sembrare una sorta di manifestazione oscura, del maligno. A volte la stessa incarnazione del male.

Le crudeltà religiose

A causa della catalogazione del primo cristianesimo, dall’VIII secolo fino a circa il XIV (1300) il gatto venne molto perseguitato, e fu uno degli animali sicuramente più discussi in quell’epoca. Per farvi capire, quelle povere bestiole venivano bruciate, annegate, addirittura inchiodate sulle porte dei castelli e delle case, e tutta la sua utilità in ambito agricolo fu fortemente criticata e messa in discussione: per gli uomini medievali, lui rappresentava il diavolo. Non solo, durante la notte di San Giovanni i gatti venivano bruciati vivi, in contenitori di paglia, nelle piazze cittadine. E non in Italia, ma proprio in tutta l’Europa cristiana.

Solo San Francesco andò contro tendenza, cercando di rivalutare ogni animale del creato senza distinzione. Ma pochi furono i suoi sostenitori, e anzi col tempo l’accanimento religioso tese ad inasprirsi, individuando anche nella donna un nemico da combattere. Infatti la maggiore sensibilità femminile nei confronti del gatto, animale da compagnia al focolare, era malvista dagli uomini i quali le accusavano di stregoneria con conseguenti torture e roghi in piazza pubblica. Non a caso, una delle rappresentazioni tipiche della strega era con un gatto nero in sua compagnia. Per due secoli la persecuzione continuò e si inasprì, non tanto in Italia ma nell’Europa centrale, e non mancano le raffigurazioni in affresco e pietra di donne e gatti torturati e arsi vivi. Si parla di più di 200.000 esecuzioni in due secoli di Inquisizione, e solo contando le donne perché naturalmente i gatti non venivano censiti.

A volte si dice che poi il karma agisce. Questo potrebbe essere uno di quei casi, perché gli uomini del tempo pagarono a caro prezzo questa inaudita e ingiustificata violenza nei confronti dei gatti. Tutte quelle esecuzioni avevano infatti quasi causato la scomparsa del gatto in territorio europeo, e di conseguenza i ratti avevano proliferato non poco, specialmente nelle grandi e sporche città – bisogna sempre considerare che il concetto di igiene che abbiamo noi è estremamente recente – che portavano delle malattie quali la peste. Tale flagello era visto come il castigo di Dio per l’uomo, dovuto al suo cattivo comportamento. Queste spiegazioni assolutamente irrazionali, tipiche dei periodi in cui la popolazione vive nell’ignoranza, tuttavia migliorarono la situazione perché nelle cattedrali al posto di raffigurazioni di animali in pietra piuttosto barbare e macabre, compaiono le guglie (come quelle del Duomo di Milano), che suggeriscono cambiamento della spiritualità.

Una storia complessa

Nel tempo, fortunatamente, si è smesso di vedere il gatto come un demone, e gli uomini hanno imparato a conoscerlo, lasciandolo stare. A parte qualche persona non completamente sana che ancora oggi per superstizione arriva a torturare e uccidere i gatti neri o i gatti in generale, oggi il gatto è amato e coccolato, così come la maggior parte degli animali.

Un destino ben finito, quindi, se pensiamo che il gatto tra gli animali da compagnia ha avuto una storia davvero complessa e disastrata, passando dall’essere una divinità positiva e benefica per gli egizi all’essere ignorato nel periodo Classico greco e romano, per poi tornare ad essere visto come una divinità ma demoniaca. Ciò che però è innegabile è che mentre l’uomo ha sempre avuto lo stesso rapporto con il cane, la personalità enigmatica e indipendente del gatto hanno sempre fatto sì che gli umani gli attribuissero qualità, meriti e demeriti che vanno oltre quelli di un animale domestico. Insomma, è sempre stato visto come qualcosa di altro, di mistico e misterioso. E ancora oggi può essere interpretato così!

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Milena Talento
Classe 1985, una laurea in Filosofia e una passione per il web nata ai tempi dei convegni universitari su Merleau-Ponty e i neuroni specchio. Autodidatta dalla A alla Z, comprende le potenzialità lavorative ma soprattutto economiche delle emergenti professioni tecnologiche e decide di sfruttare le proprie abilità letterarie e logiche applicandole ad un ambito nuovo. Da qui si affaccia alla professione di copywriter che coltiva per diversi anni. Scrive per alcuni e-commerce emergenti (tra cui Dalani e Zalando), si appassiona alla programmazione dei siti web, ma soprattutto agli algoritmi di Google. Circa 10 anni fa apre una web agency con cui si occupa di comunicazione a 360°. Guidaconsumatore.com viene acquistato nel 2018, dopo anni passati a lavorare in redazione come copy e seo. Tra i suoi blog più importanti: www.guidaconsumatore.com www.faidatecreativo.com www.coltivarefacile.it www.guidapet.com
Milena Talento

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