Essere vegani: davvero è etico e sostenibile?

Da qualche tempo a questa parte il numero di persone vegane è cresciuto esponenzialmente. Un po’ per maggiore informazione, ma anche un po’ per moda, è fatto certo che aumenta il numero di persone che decidono di eliminare dalla loro dieta alimenti di origine animale. C’è chi lo fa per esprimere solidarietà e vicinanza al mondo animale e chi invoca i principi etici. Ma la dieta vegana è davvero così etica e sostenibile?

Essere vegani è davvero una scelta sostenibile?

Essere vegani, ossia non mangiare nulla che sia di derivazione animale. Quindi niente carne, niente pesce, niente latticini e formaggi e niente uova. Alla domanda “perché?” la maggior parte dei vegani risponde che si tratta di una scelta che esprime vicinanza al mondo animale e qualcuno si appella anche a principi etici, contrari allo sfruttamento animale e agli allevamenti intensivi.

La triste realtà degli allevamenti, purtroppo, è cosa nota, ma forse anche dall’altra parte le cose non vanno troppo bene. Le idee, però, sono un po’ confuse. Se da una parte alcuni ricercatori sostengono che mangiare meno prodotti di derivazione animali permetterebbe di dare da mangiare a più persone mantenendo la stessa porzione agricola esistente, dall’altro lato emergono anche studi di ricercatori che non le pensano così.

Secondo questi studi, eliminare tutti i prodotti di origine animale dalle nostre tavole non permetterebbe di sfruttare i terreni agricoli in modo sostenibile.  Facciamo qualche esempio pratico per comprendere meglio la questione. Se i vegani non mangiano nulla che derivi dal mondo animale, è chiaro che debbano nutrirsi di altro e cercare quindi alimenti che sostituiscano la tradizionale dieta onnivora e forniscano all’organismo tutto l’apporto di cui ha bisogno.

La quinoa, per esempio. Si sente parlare di quinoa da quando la dieta vegano ha fatto ingresso nelle nostre vite e nelle abitudini di amici e parenti. I vegani la utilizzano molto perché è un alimento ad alto tasso proteico, perfetto per supplire la carenza di proteine animali. Ma lo sappiamo dove viene coltivata la quinoa? La quinoa si coltiva in Bolivia e in Perù, paesi già piuttosto poveri che da qualche anno hanno visto stravolgersi la propria vita già messa a dura prova dalla povertà.

Sì, perché adesso sud America la quinoa è diventata troppo preziosa, si parla di circa 3 mila euro a tonnellata, per essere mangiata. E quindi che cosa fanno i paesi che la coltivavano? Smettono di consumarla a livello locale per venderla o per scambiarla con altri prodotti occidentali come la Coca Cola. È sostenibile tutto questo?

Ma non solo. In questi paesi si è creata una situazione di banditismo locale, che vede ogni giorno rapimenti e conflitti che hanno l’obiettivo di conquistare nuovi terreni per coltivare la quinoa. Ne consegue anche che la diversità biologica è sempre più in pericolo a causa del nuovo sistema monocultura che si sta creando in questi paesi.

In Perù, un paese dove il 22% della popolazione vive in povertà, un chilo di quinoa costa circa 2,70, quattro volte più del riso. Il consumo di quinoa, secondo i dati, è crollato e questo rappresenta un problema per le zone più povere del paese che fino a poco tempo fa si nutrivano di quinoa soprattutto per fare fronte ai gravi problemi di malnutrizione nella popolazione più povera.

Insomma, pare che in paesi del Sud America, dove la quinoa veniva consumata localmente, sia diventato più conveniente mangiare un hamburger, magari a firma di una multinazionale, mentre in Occidente si consumano hamburger vegani, spesso a base di quinoa. È sostenibile tutto questo?

(Visited 659 times, 1 visits today)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.