Usare il cardiofrequenzimetro

Il cardiofrequenzimetro è certamente uno strumento di controllo individuale, quindi di uso strettamente correlato al proprio fisico, ma per impostarlo occorre attenersi ad alcuni parametri generali. Il più importante è la propria soglia anaerobica, equivalente al livello massimo di intensità che si è in grado di sostenere e mantenere per circa dieci minuti.

Come si usa il cardiofrequenzimetro

La soglia massima deve corrispondere a 4-5 battiti oltre la soglia anaerobica, che si raggiunge quando la produzione di acido lattico supera la capacità di smaltimento dello stesso da parte dell’organismo: si tratta di un momento cruciale, poiché in questa condizione, l’acido lattico è in eccesso rispetto al quantitativo che il corpo riesce ad utilizzare e tale surplus va ad opporsi alla contrazione muscolare, dando la sensazione di ‘non farcela più’, che tutti hanno provato almeno una volta nella vita.

Ovviamente la qualità della prestazione si riduce in modo considerevole ed è quindi questa la soglia da non superare per portare a termine l’allenamento in modo consono.

La soglia minima è invece determinata da un valore corrispondente al 70% della stessa soglia: tale misura indica infatti l’ingresso nelle frequenze allenanti, il momento in cui inizia l’affaticamento e si entra in una fase di esercizio impegnativo per il corpo.

All’interno di queste fasce – minima e massima – grazie al cardiofrequenzimetro si ha la misura del modo in cui si sta svolgendo l’allenamento, grazie ad un indice che ricorda costantemente se il tono e la velocità sono in linea con i parametri impostati e di conseguenza adeguati al proprio organismo.

A cosa NON serve il cardiofrequenzimetro

Il cardiofrequenzimetro non serve per dimagrire. E non è un registratore del numero di calorie che vengono bruciate. O meglio, non solo. E’ vero che diversi modelli tengono traccia delle calorie perse e alcuni indicano anche la percentuale delle stesse derivante dai grassi, ma non è questa la motivazione per utilizzare il cardiofrequenzimetro.

Non protegge il cuore, perché una patologia nascosta o un affaticamento non traggono alcun giovamento dal monitoraggio del livello di spossatezza.

Obiettivo principe è il controllo del corpo, delle sue reazioni, della sua capacità di reagire agli stimoli di un lavoro impegnativo e di sopportarne il carico.

A cosa serve il cardiofrequenzimetro

Il cardiofrequenzimetro è utile per valutare l’intensità dello sforzo durante un allenamento e regolarla in base al risultato; l’unità di misura dell’intensità dello sforzo è la frequenza cardiaca. Durante un esercizio, il corpo richiede un supporto energetico che fa variare il flusso di sangue nei muscoli in proporzione all’entità della richiesta: il sangue prende a defluire in quantità maggiori in direzione dei muscoli che stanno lavorando, il che produce l’aumento proporzionale della gittata cardiaca.

Ed è qui che entra in gioco il calcolo della frequenza cardiaca, che varia rispetto ad una situazione di ‘riposo’ per via dell’azione dei nervi che vanno ad innervare il cuore e degli ormoni in circolo, come l’adrenalina e l’acetilcolina.

Misurando la frequenza in questi frangenti, si registra in pratica attraverso l’attività del nostro muscolo più importante – il cuore – in quale modo l’organismo reagisce all’incremento di sforzo fisico e quindi a quale punto può arrivare.

Questo per quanto riguarda l’aspetto scientifico del processo, per avere un’idea di quello cha accade nel nostro corpo in corrispondenza dei numeri che si avvicendano sul display luminoso.

Dal punto di vista dell’utilizzo dello strumento, le funzioni accessorie sono numerose: la misura della velocità, il consumo di ossigeno, il conteggio dei passi, la misurazione del rilassamento cardiaco e del target zone, ossia del limite di utilità dell’attività fisica per il nostro organismo.

Il cardiofrequenzimetro offre quindi una stima di tutti quei parametri utili per ottimizzare un allenamento, soprattutto per quanto riguarda il target zone, importantissimo per far si che non si superi la soglia di non ritorno per poi rimanere in “coma” per una settimana.

Metabolismo Energetico

Abbiamo parlato del cardiofrequenzimetro, del ruolo che svolge nel monitorare l’intensità del sforzo, e non si può prescindere da un accenno al metabolismo energetico che attiva l’intero processo e rende utile l’uso dello strumento.

Per metabolismo energetico si intende l’insieme di tutti i processi che producono energia per ogni attività umana; i processi si dividono in due gruppi, il catabolismo e l’anabolismo.

Il Catabolismo si procura l’energia attraverso gli alimenti o i tessuti di riserva del corpo, per poi renderla spendibile da parte dell’organismo: immagazzina l’energia da vari canali e la tiene a disposizione per ogni evenienza. L’anabolismo, invece, utilizza l’energia prodotta dal catabolismo per accumulare nell’organismo sostanze di riserva o per riparare le strutture in qualche modo usurate.

Se questo è il ciclo vitale alla base del funzionamento del corpo, l’obiettivo di chi pratica uno sport è fare in modo che i due processi compiano il loro percorso in modo ottimale, senza inceppamenti nel funzionamento dell’uno o dell’altro, in modo da accrescere la performance.

La trasformazione in energia degli alimenti è regolata da un insieme di meccanismi il cui comune denominatore è una molecola che presiede alla conversione cibo-energia: si tratta dell’Adenosintrifosfato, meglio noto come ATP.

A dispetto del nome in codice, l’ATP è appunto una semplice molecola responsabile delle trasformazioni, in quanto le fibre muscolari a utilizzano direttamente, come tutti gli altri processi per lo svolgimento dei quali è richiesta energia.

Il tallone d’Achille dell’ATP risiede nel fatto che non si può immagazzinare, bensì necessita di continua ricostituzione attraverso fonti di energia di natura esogena e in particolare di tre meccanismi:

  • Alattacido
    In questo procedimento è la creatina fosfato a produrre direttamente ATP. Siamo in presenza del meccanismo più potente in termini di quantità di energia prodotta in una unità di tempo, ma è al contempo il meno grande, perché la quantità di energia totale che si può produrre si attesta su livelli bassi.
  • Lattacido
    In questo caso è il glucosio a produrre ATP quando si presenta una carenza di ossigeno. In tale frangente viene prodotto una quantità considerevole di acido lattico, il che avvilisce il muscolo nell’arco di tre minuti, per via delle reazioni indotte dalla sovrabbondanza di acido lattico, che incarna il prototipo delle scorie nocive per i muscoli.
  • Aerobico
    Qui è prodotta dal glucosio oppure dai lipidi quando si è in presenza di ossigeno. In quanto a potenza, si colloca all’ultimo posto rispetto agli altri due, ma ha la capacità di produrre potenzialmente energia all’infinito, fino al prosciugamento delle riserve energetiche.

Durante l’allenamento aerobico, aumentano la facoltà di produrre energia in termini respiratori e la capacità di sopportare il fatto che i muscoli producano acido lattico in maggior quantità; qualora si desideri stimolare anche il sistema alattacido, occorre predisporre un programma che comprenda anche un cosiddetto ‘ allenamento di potenza’. Per non farsi mancare nulla.



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