Tisane, infusi e tè: rischi per la salute

Soprattutto nella stagione fredda è sempre piacevole sedersi davanti a una bella tazza di tè o una tisana fumante: non sempre, però, siamo del tutto a conoscenza delle potenziali problematiche che questi momenti di relax possono causare. Si tratta generalmente di disturbi nei confronti dell’assorbimento di alcune sostanze nutritive, ma talvolta gli infusi possono causare anche gravi ripercussioni sull’organismo. Ecco una guida su tutto ciò che dovremmo tener presente riguardo a tè, tisane ed infusi: senza allarmismi, ma diffondendo la giusta consapevolezza sul loro utilizzo.

Tisane, infusi e tè: rischi per la salute

Tisane, infusi e tè: assumere con consapevolezza

Le tendenze dell’alimentazione degli ultimi anni, come tutti abbiamo avuto modo di renderci conto, volgono verso una strada ben precisa: l’esaltazione del concetto di naturalità di ciò che portiamo in tavola. Agricoltura biologica o biodinamica, cibi non geneticamente modificati, ingredienti di origine naturale vengono indicati come la strada da seguire nella nostra alimentazione. Purtroppo, però, spesso questa visione non è del tutto corretta poiché si basa sull’equivalenza, molto discutibile, del concetto “naturale” col concetto “salutare”. Non sempre i due termini vanno di pari passo, poiché non è automatico che l’origine naturale di un alimento si traduca automaticamente nella sua salubrità: mentre esistono infatti degli alimenti totalmente naturali che non hanno alcuna ripercussione negativa, altri prodotti in pochi – per fortuna – casi possono risultare addirittura dannosi per il nostro organismo.

, infusi, decotti e tisane sono un esempio di prodotto di origine naturale dai quali possiamo trarre giovamento in virtù di alcune loro proprietà benefiche: pensiamo ad esempio all’effetto rilassante di una camomilla calda prima di andare a dormire, o al blando potere stimolante di una buona tazza di . È corretto, però, ricordare che questi infusi possono anche avere effetti indesiderati sul nostro organismo: mettendo al bando qualsiasi tipo di allarmismo, ma contribuendo a fare chiarezza su un argomento del quale in pochi sono pienamente al corrente.

Ottima bevanda da consumare sia calda che fredda, durante tutto l’anno, il tè è anche una fonte di teina, sostanza eccitante molto simile alla caffeina sia in termini molecolari (sono entrambe alcaloidi) che per via dei suoi effetti sull’organismo e, in particolare, sul sistema nervoso. La teina è tuttavia, semplificando il concetto, “meno potente” della caffeina: per questo la capacità eccitante di una tazza di tè, a parità di concentrazione, è inferiore a quella di un caffè, e si manifesta più lentamente e prolungatamente nel tempo. È bene ricordare che nel tè sono contenute anche piccole quantità di caffeina, presente in quantità superiori nei germogli e nelle foglie giovani, ed in misura minore nelle foglie più mature. Anche nei diversi tipi di tè in commercio sono contenute diverse quantità di caffeina: questa sostanza è più abbondante nel verde rispetto al tè nero. Già in base a questa informazione possiamo optare per un tipo di tè o per l’altro, in funzione di quanta caffeina e teina vogliamo assumere.

Ma che dosi di molecole ad effetto eccitante assumiamo con una tazza di tè? Certamente non è una domanda dalla risposta univoca, poiché molti sono i fattori in grado di determinare la concentrazione di teina e caffeina dell’infuso. Non sempre si sa, tuttavia, che la caffeina è una sostanza che passa molto rapidamente in infusione, una volta che il tè viene messo a contatto con l’acqua bollente: bastano due o tre minuti perché questa sostanza venga estratta e passi nell’infuso. Se il tempo di contatto del tè con l’acqua calda viene però prolungato, raggiungendo almeno i cinque minuti, avviene un’altra importante reazione: le sostanze tanniniche vengono estratte dal tè e passano in infusione, andando a legarsi con la caffeina che diventa meno assorbibile dall’organismo. Un tè che dunque rimane molto tempo in infusione perde la maggior parte della sua capacità eccitante, ‘trasformandosi’ in una bevanda dall’effetto decisamente più blando. L’aspetto negativo di tutto ciò è rappresentato dal sapore amaro che assume l’infuso, dato proprio dall’abbondante presenza di tannini.

Una tazza di tè che rimane in infusione per due o tre minuti arriva a contenere circa 50 milligrammi di caffeina; per fare il confronto, una tazzina di caffè ne contiene circa 100-130. È tanto? È poco? Tutto dipende dal nostro stato di salute, e da quante tazze di tè/caffè consumiamo quotidianamente, ricordando che la caffeina è contenuta anche in molti altri alimenti di uso quotidiano: cioccolata, bibite a base di cola e bevande stimolanti, e così via.

Una buona regola è, come sempre, evitare gli eccessi: basta ricordare che la quantità giornaliera massima di caffeina non dovrebbe superare i 4-5 mg per kg di peso corporeo al giorno. Quindi, ad esempio, per un uomo di 70 kg la quantità massima è di circa 315 mg, mentre per una donna di 55 kg si parla di 250 mg di caffeina circa. Superando queste dosi si può incorrere in rischi quali nervosismo, insonnia, iperattività, aumento della frequenza cardiaca, irritazione gastrica e disturbi gastrointestinali, uniti a possibili palpitazioni e mal di testa. Quindi, oltre alla buona regola della moderazione, si può suggerire un altro comportamento ‘sano’: il ricorso anche al deteinato, nel quale la concentrazione di sostanze ad effetto eccitante è stata ridotta in modo naturale, utilizzando acqua calda e sfruttando il principio dell’estrazione descritto prima.

Tuttavia, consumando tè è necessario tenere in considerazione un altro aspetto: la capacità che hanno alcune molecole presenti nell’infuso di legare i nutrienti. Un esempio su tutti è quello del ferro: i tannini contenuti nel tè sono in grado di legarsi a questo nutriente, determinandone un ridotto assorbimento. Secondo le ricerche, però, sembra che solo il ferro contenuto nei vegetali (legumi, verdure a foglia verde, ecc.) sia influenzato dell’effetto legante dei tannini, mentre il ferro di origine animale (contenuto in carne e pesce) risenta poco di questo fenomeno. Ad ogni modo, non accade praticamente mai – almeno nella nostra tradizione culinaria – di consumare tè durante i pasti principali, quindi eventuali fenomeni di malassorbimento del ferro sono poco probabili. Inoltre, come visto prima, serve un tempo prolungato per estrarre i tannini dal tè: lasciandolo in infusione solo un paio di minuti, si evita di incorrere nel problema.

Per quanto riguarda altri nutrienti e il loro eventuale malassorbimento dovuto all’effetto legante dei tannini, un articolo pubblicato nel 2004 da un team di ricercatori giapponesi (“Reducing effect of ingesting tannic acid on the absorption of iron, but not of zinc, copper and manganese by rats”) ed apparso sulla rivista internazionale “Bioscience, biotechnology, and biochemistry” fa luce su questo punto. Secondo le ricerche, solo il ferro risente dell’azione dei tannini, mentre gli stessi non influiscono con l’assorbimento di altri importanti oligominerali come zinco, rame e manganese.

Tisane e infusi

Anche le tisane sono un classico del periodo invernale. Calde e profumate, si consumano volentieri anche in virtù della grande varietà di prodotti presenti sul mercato e disponibili anche in erboristeria. Non sono sempre da prendere alla leggera, nonostante la loro origine naturale: mentre per bevande a base di camomilla, anice stellato, biancospino, malva, cannella, melissa, rosa canina, valeriana, tiglio, menta non sono ad esempio segnalati problemi di alcun genere e possono essere consumate tranquillamente, per altre formulazioni è bene prestare un po’ di attenzione.

Le tisane lassative contenenti senna, rabarbaro, cascara ed aloe dovrebbero essere assunte con moderazione, poiché accelerando la velocità del transito intestinale possono determinare un effetto collaterale non da poco: la riduzione dell’assorbimento delle sostanze nutritive a livello intestinale. È infatti nell’intestino che avviene l’assorbimento dei nutrienti, delle vitamine e degli oligoelementi (come ad esempio potassio e calcio) introdotti con l’alimentazione; l’assunzione di tisane lassative in quantità eccessiva può dunque causare episodi di malassorbimento in grado di determinare carenze all’organismo molto simili a quelle date dalla malnutrizione. Lo stesso discorso vale per i farmaci: l’aumento della velocità del transito intestinale può causare un assorbimento limitato dei principi attivi in essi contenuti. Nelle tisane lassative, è bene ricordarlo, sono infatti presenti molti dei principi attivi contenuti nei medicinali lassativi da banco veri e propri. Ma, a differenza dei farmaci nei quali è riportata l’indicazione di non eccedere nell’uso e di non protrarne l’assunzione oltre limitati periodi di tempo, sulla confezione della maggior parte delle tisane lassative non compare nemmeno un accenno a simili indicazioni.

Il consumatore ancora una volta è indotto a cadere nell’errore di ritenere un prodotto di origine naturale sano, benefico e privo di qualunque effetto collaterale, ignorando purtroppo le potenziali conseguenze negative. Moderazione, dunque, nell’utilizzo di questi prodotti ad effetto lassativo: meglio utilizzarli una tantum, anche in virtù del fatto che un’assunzione protratta nel tempo è in grado di indurre nell’organismo fenomeni di assuefazione. Questo significa che il principio attivo deve essere assunto sempre in maggiori quantità, per manifestare lo stesso effetto: esattamente come una ‘droga’ vera e propria.

Particolare attenzione andrebbe rivolta alle tisane contenenti finocchio: questa indicazione viene da un articolo recentemente pubblicato sulla rivista internazionale “Food and Chemical Toxicology”, e risultato di una ricerca italiana targata Inran (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione). I ricercatori hanno rivolto i loro studi sull’estragolo, una sostanza naturale contenuta nei semi e nelle tisane a base di finocchio. Queste tisane vengono spesso utilizzate per via delle loro proprietà digestive, per alleviare le coliche dei neonati e per stimolare la produzione di latte delle mamme durante l’allattamento. Quasi nessuno di noi sa che, tuttavia, l’estragolo venne già segnalato a livello europeo nel 2001 come una sostanza potenzialmente cancerogena e genotossica: il risultato fu l’esclusione della stessa dagli alimenti trasformati, nei quali era utilizzata come ingrediente aromatizzante.

Cosa hanno dunque scoperto i ricercatori italiani? Che le tisane al finocchio preparate con tre metodi piuttosto comuni (bustine, tisane solubili istantanee e preparati erboristici a base di semi sfusi) contengono quantità di estragolo particolarmente elevate, molto superiori a quelle ritenute “sicure”. Basta una piccola dose di tisana preparata con una quantità ‘standard’ di finocchio per superare la soglia di cancerogenicità: per via di questo rischio davvero non trascurabile, l’Europa è corsa ai ripari. L’Emea (European Medicines Agency), ovvero l’autorità europea che si occupa della valutazione scientifica dei farmaci, ha infatti stabilito che l’utilizzo delle tisane al finocchio non è raccomandato per le donne in gravidanza ed allattamento, ed è altresì sconsigliato nei bambini con età inferiore ai quattro anni a meno che non sia il pediatra a specificarlo.

Probabilmente il consiglio migliore che si può fornire al consumatore è quello di evitare il consumo di tisane al finocchio, per non incorrere in potenziali rischi per la salute. Anche se un consumo saltuario non può essere probabilmente considerato nocivo, in commercio esistono moltissime alternative al finocchio, quindi meglio optare per altri tipi di tisane.

Per concludere, ecco un elenco delle erbe medicinali che possiamo trovare all’interno delle tisane in vendita in qualunque supermercato, e alle quali prestare un po’ di attenzione leggendo attentamente l’etichetta prima dell’acquisto.

  • Dente di leone
    a dosi elevate può causare problemi dermatologici e a livello gastrointestinali, ed è sconsigliata se si soffre di calcoli biliari
  • Echinacea
    in pochissimi casi sono stati segnalati effetti collaterali come vertigini e prurito; non va assunta nel caso di malattie immuni (come ad esempio leucopenia o AIDS)
  • Elicriso
    (
    Semprevivo”): sconsigliato nel caso di litiasi biliare e di ostruzione delle vie biliari
  • Eucalipto
    in soggetti particolarmente sensibili può causare effetti collaterali a livello gastrointestinale
  • Frangola
    può causare effetti collaterali come crampi intestinali, perdita di elettroliti (potassio, sodio, ecc.) o rallentamento del transito intestinale. La frangola non andrebbe assunta se si soffre di stitichezza cronica o infiammazioni intestinali acute come il morbo di Crohn; a livello cautelativo, se ne sconsiglia l’utilizzo in gravidanza ed allattamento
  • Genziana
    sconsigliata a chi soffre di ulcere gastrointestinali
  • Ginepro
    l’utilizzo prolungato può causare problemi a livello renale; se ne sconsiglia l’utilizzo eccessivo in gravidanza
  • Ginkgo
    può causare disturbi a livello gastrointestinale, mentre sono state segnalate interazioni con la warfarina ed altri farmaci ad azione anticoagulante come aspirina, eparina e clopidrogel
  • Ginseng
    a dosi eccessive può indurre effetti collaterali come irritazione e nervosismo, e disturbi a livello gastrointestinale come la diarrea
  • Hamamelis
    un eccesso può causare transitori fenomeni di ipertensione
  • Harpagophytum
    (“Artiglio del diavolo”): sono stati segnalati effetti collaterali come allergie e complicazioni gastrointestinali; è sconsigliato alle donne in stato di gravidanza o allattamento, ed altresì a chi soffre di ulcere gastrointestinali. Sono possibili interazioni con alcuni anticoagulanti e farmaci per il trattamento di malattie cardiovascolari
  • Ipeca
    a dosi eccessive può causare diarrea
  • Iperico
    (“Erba di San Giovanni”): trattandosi di un induttore enzimatico, questo vegetale può interferire con assorbimento di contraccettivi orali (pillola), farmaci anticoagulanti, immunodepressivi, derivati della digitale, antivirali (es. indinavir), ciclosporina, teofillina, medicinali per la cura dell’AIDS
  • Liquirizia
    se assunta in dosi elevate sono possibili effetti collaterali a carico dell’assorbimento di minerali (soprattutto il potassio), ritenzione idrica ed ipertensione. La liquirizia è sconsigliata in caso di gravidanza, e per chi soffre di ipertensione, anemia e problemi a livello epatico. Può interagire con alcuni farmaci ad azione diuretica
  • Ortica
    non presenta effetti collaterali, ma a causa del suo effetto diuretico se ne sconsiglia l’assunzione in caso di alcune malattie cardiache o edemi
  • Passiflora
    sono stati segnalati effetti collaterali come disturbi della visione e cefalee
  • Rabarbaro
    a dosi particolarmente elevate può causare effetti collaterali come effetti lassativi e perdita di elettroliti; è controindicato per le donne in stato di gravidanza o allattamento, ed in quest’ultimo caso in particolare perché rende amaro il sapore del latte. Poiché il rabarbaro influenza la quantità di potassio nell’organismo, è sconsigliata l’assunzione contemporanea ai farmaci per la cura delle malattie cardiache che agiscono sui livelli di questo elettrolita
  • Salice
    è sconsigliato a chi soffre di ipersensibilità nei confronti dei salicili, molecole contenute nell’aspirina (acido acetilsalicilico) 

In base al nostro stato di salute possiamo scegliere quali erbe medicinali preferire: una pratica poco diffusa purtroppo, ma di grande importanza. Leggiamo l’etichetta!



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