Infarto: sintomi e conseguenze

Il sangue scorre nel nostro organismo attraverso un sistema di vasi chiuso costituito dalle arterie, dai capillari, dalle vene. Le arterie nascono dall’arma, che è la più grande e la prima di tutte; come si è visto nasce dal ventricolo sinistro e si ramifica poi come un albero, l’albero arterioso, arrivando a portare l’ossigeno a tutti gli organi. Scopriamo insieme quali sono i sintomi e le conseguenze dell’infarto.

Infarto: sintomi e conseguenze

I vasi e l’aterosclerosi

L’ossigeno, per poter uscire dai vasi e andare a nutrire le cellule del nostro corpo, deve attraversare una parete assai sottile; ecco perché le arterie riducono progressivamente il proprio calibro sino a diventare capillari. Assai più sottili dei capelli, i capillari sono costituiti da pareti che, spesse mille volte meno di un millimetro, possono essere attraversate facilmente da un gas come l’ossigeno. Ti sangue, per poter circolare in modo corretto, deve farlo su una parete assolutamente liscia e priva di ostacoli. Se trovassimo il modo di mantenere la parete dei nostri vasi sempre indenne e inalterata, avremmo forse se )peno sir di lunga vita. Il guaio è che purtroppo anche la parete delle arterie invecchia. Può invecchiare normalmente, così che non ci meravigliamo se la parete dell’arma di una persona di 80 anni ha perso elasticilli, o presenta delle incrostazioni di grasso e di calcio e dei restringimenti per cui il sangue fa fatica a scontre. La parete dei nostri vasi può però invecchiare (ma in realtà è meglio dire ammalarsi) anche precocemente, ovvero prima dei 50 anni, magari solo in alcuni settori, dando luogo a dei restringimenti, o addirittura a delle occlusioni che, se improvvise e in sedi critiche, come appunto sono le coronarie, possono portare a conseguenze drammatiche.

Placche e stenosi: le loro conseguenze sul cuore

Le arterie dunque possono presentare delle irregolarità lungo la parete, che ne deformano il profilo interno: queste irregolarità, o incrostazioni, sono le placche ateromarose, le placche di grasso che possono ostruire quasi completamente l’interno del vaso determinando dei restringimenti, le stenosi.

Quando il restringimento diventa totale si ha l’occlusione. Le arterie del cuore non hanno tutte la stessa importanza, nel senso che alcune di esse possono essere ristrette, e anche occluse, senza che noi ce ne accorgiamo, ma soprattutto senza che questi fenomeni ariano delle conseguenze sugli ordini che non ricevono più sangue dai vasi occlusi. Per esempio, se un’arteria che nutre una parte della pelle o una parte di fegato si chiude, la pelle non se ne accorse perché la stessa parte riceve sangue da arterie vicine che suppliscono alla perdita. La parte di fegato che non riceve più sangue muore, ma viene sostituita da fegato nuovo rigenerato dalle porzioni sane, vicine alla parte morta. Nel caso del cuore, purtroppo, questo non è possibile: da un lato le arterie che nutrono le varie pani del muscolo cardiaco non comunicano tra di loro, e inoltre il cuore non ha la capacità di rigenerarsi sostituendo la parte morta. Quindi da questo punto di vista, il cuore è fragile perché la sua sopravvivenza dipende dall’integrità di arterie che non comunicano tra di loro: in caso di improvvisa defaillance di un’arteria coronaria le altre non possono sopperire, pur essendo sane. La placca di grasso, tateroma, deforma quindi la parete dell’arteria restringendone il lume; la placca assomiglia a un Iceberg la cui parte “emersa” deborda all’interno del lume, mentre la parte “subacquea” è quella che è contenuta nello spessore della parete arteriosa. Alimento della placca c’è un po’ di tutto: certamente del grasso, come colesterolo 1/2: acidi grassi, mar anche cellule arie, cellule infiammatorie, globuli bianchi. Finché il sangue non entra in contatto con questo materiale non succede niente: la placca può accrescersi, ma fino a che il restringimento del vaso non supera il 70% del suo calibro, la persona generalmente non avverte alcun disturbo.

Angina e infarto: come si determinano

I problemi nascono se la placca crescendo, arriva a restringere criticamente il vaso, oppure se la placca si rompe improvvisamente, facendo citare in contatto il sangue con la parte interna dell’iceberg ateromatoso. Descriviamo rapidamente queste due possibilità:

  1. Restringimento critico di una coronaria (stenosi > 70%). Se la coronaria interessata è importante, cioè nutre una porzione ampia del muscolo cardiaco, può succedere che, finché il cuore è a riposo, il 30% del lume residuo sia sufficiente a far passare la quantità di sangue necessaria a garantire il nutrimento. I problemi sorgono se la persona compie uno sforzo fisico: i muscoli hanno bisogno di ricevere più sangue, il cuore deve pompare più sangue in periferia e le coronarie devono portare più sangue al muscolo cardiaco. Poiché una coronaria ha un restringimento importante, attraverso quel vaso non potrà passare sangue a sufficienza. La parte del cuore nutrita da quella coronaria va in debito di ossigeno: è l’ischemia cardiaca. A causa di questo debito si accumulano nella parte interessata sostanze tossiche per le cellule, ed è questo processo che determina il dolore (angina) avvertito dalla persona.
  2. Rottura improvvisa della placca. Poniamo ora un altro caso, altrettanto diffuso. A una persona che non ha mai avuto alcun dolore al petto – nessun campanello di allarme gli ha mai fatto sospettare di poter avere problemi alle coronane – improvvisamente accade che, per cause non ancora del tutto chiare, la placca di grasso che restringe il vaso, magari in modo trascurabile, si spacca, si rompe, si ulcera, facendo entrare in contatto il sangue con tutto il suo eterogeneo contenuto. Nel giro di pochi minuti si scatenano delle reazioni che portano le cellule del nostro sangue, in particolare le piastrine e i globuli rossi, ad appiccicarsi le une alle altre. In questo modo esse formano, in corrispondenza della placca rotta, un tappo che può rapidamente chiudere del tutto il vaso: si determina così l’occlusione coronarica che porta come conseguenza all’infarto del miocardio, cioè alla morte del muscolo nutrito da quella coronaria. Questa evenienza è drammatica: improvvisamente, la parte di cuore che riceve il sangue dal vaso chiuso non lui più nutrimento. Se il vaso non si riapre entro trenta minuti al massimo, la parte di cuore interessa passa dalla sofferenza (ischemia) alla morte (necrosi). la situazione è resa ancor più drammatica dal fatto che il tappo (che si chiama tromba), con il passare dei minuti, diventa sempre più resistente; all’interno del nostro sangue ci sono delle sostanze che provano a sciogliere il tappo, ma lo riescono a fare solo dopo alcuni giorni, quando il danno e ormai irreversibile.

Infarto: sintomi e conseguenze

Quindi, abbiamo visto come l’occlusione improvvisa della coronaria determini l’infarto: la persona, quando si forma il trombo occlusivo, avverte un folle dolore, generalmente al centro del petto. Il dolore può interessare anche il collo, il braccio sinistro e il dorso. Spesso si produce una sudorazione intensissima e si può avvertire chiaramente la sensazione della morte imminente, morte che può avvenire rapidamente senza che si abbia neanche il tempo di chiedere aiuto. Questa drammatica evenienza, rapida e improvvisa, che determina oltre la metà delle morti per infarto, si produce perché la zona colpita da infarto diventa un elemento di vulnerabilità per il circuito elettri-co del Cuore; l’instabilità elettrica può avere conte conseguenza che le varie parti del cuore, anziché contrarsi in maniera simultanea (perché solo così il sangue può venire espulso dal cuore) lo fan-no in maniera assolutamente anarchica e scoordinata. Questa terribile complicazione si chiama fibrillazione ventricolare: il cuore non riesce più a pompare sangue ed è fermo dal punto di vista meccanico, così che si ha l’arresto cardiaco, generalmente fatale se avviene fuori dall’ospedale. La fibrillazione ventricolare si verifica più frequentemente nelle primissime ore dell’infarto. Il motivo per cui le campagne di prevenzione della morte improvvisa insistono tanto sulla necessità di recarsi velocemente in Pronto Soccorso (PS), in caso di sospetto infarto, sta appunto nella possibilità di interrompere la fibrillazione ventricolare con una scarica elettrica esterna, qualora questa temibile complicazione si verifichi in un ambiente ospedaliero.

Come si contrasta l’infarto

La vera sfida che non solo i medici ma tutta la comunità civile deve affrontare, e possibilmente vincere, è quella di ridurre il numero delle persone che andranno incontro all’infarto. Esistono fattori modificabili che aumentano la probabilità di essere affetti da malattia coronarica: dobbiamo conoscere questi nemici del nostro cuore perché so-o conoscendoli potremo cercare di evitarli.



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