Fattori di rischio dell’infarto

Le lesioni all’interno della placca, benché rappresentino solo il 10-20% del numero totale delle lesioni, sono responsabili dell’ 80-90% degli eventi cardiaci, in quanto le placche più ricche di grasso hanno maggiori probabilità di rompersi e di ulcerarsi con conseguente formazione del rombo. Scopriamo insieme i fattori di rischio dell’infarto.

Fattori di rischio dell'infarto

I fattori di rischio dell’infarto

Che valori sono auspicabili per il colesterolo? Certamente è preferibile che il colesterolo sia il più basso possibile, ma non si deve comunque generalizzare. In una donna giovane senza fattori di rischio non preoccupa molto un colesterolo totale di 250 mg/d1 ma in un uomo di 50 anni, diabetico e iperteso, è bene cercare di avere un colesterolo totale sotto i 200 ing/dl, e in particolare il colesterolo LIN-sotto 100 ing/dL. Perciò deve valere il concetto secondo cui non va curato il colesterolo elevato ma il singolo individuo, dal momento che diverse persone, a parità di concentrazione colesterolo nel sangue, possono avere profili di rischio assolutamente difformi.

Perchè l’ipertensione arteriosa così pericolosa? Intanto perché è un nemico subdolo; generalmente infatti un iperteso non sa di esserlo e si sente e spesso la scoperta di essere affetti da ipertensione arteriosa avviene casualmente. Questa peculiarità è di fondamentale  importanza nella gestione del problema. Non dobbiamo dimenticare che una persona generalmente consulta il medico per due motivi principali: la febbre e/o il dolore. In medicina preventiva, e quindi anche nel caso dell’ipertensione arteriosa, occorre essere consapevoli che una pressione arteriosa normale permette non solo di vivere più a lungo ma soprattutto di vivere meglio. L’ipertensione arteriosa può causare direttamente problemi al cervello e ai reni – quasi solo per un effetto idraulico di danno alla parete dei tubi, ma soprattutto accelera notevolmente lo sviluppo della malattia aterosclerotica, ossia la crescita della placca aterosclerotica con le complicanze di cui abbiamo parlato. Qual è la pressione normale? Diciamo che una regola molto pratica è che la pressione arteriosa deve essere il più possibile vicina ai valori di 120 per la massima o sistolica, e di 80 mmHg per la minima o diastolica.

In ogni caso a qualsiasi età, una pressione arteriosa superiore a 140 mmHg per la sistolica e 90  per la diastolica è da considerarsi alta. Con il passare degli anni la pressione arteriosa tende ad aumentare e questo dato, di facile riconoscimento nella popolazione, aveva generato l’errata convinzione che un aumento della pressione dell’anziano fosse da considera un fatto ‘normale”. Infatti, trenta o quaranta anni, fa una pressione di 160/90  in un sessantenne non veniva trattata con le medicine; addirittura molti consideravano che, per la pressione arteriosa sistolica o massima, potesse valere la regola empirica di considerare normale un valore calcolato sommando una base di 1(X) agli anni di vita della persona, per cui, per fare un esempio, un ottantenne poteva avere 180 nunlig di sistolica senza che si ritenesse opportuno iniziate una terapia medica. Da molti anni, per fortuna, queste convinzioni sono state demolite dagli studi epidemiologici, che hanno dimostrato, non solo che gli ipertesi, a tutte le età, hanno un rischio che è di circa due-tre volte, maggiore di morire, di avere un infarto, un ictus o di andare incontro all’insufficienza coronaria, ma anche e soprattutto che curare l’ipertensione riduce drasticamente questo rischio.

Perché si diventa ipertesi?

Solo nel 5-10% dei casi può essere identificata la causa dell’infarto nell’ipertensione: si tratta di situazioni non frequenti, come può essere un restringimento di un’arteria renale o un tumore benigno della ghiandola nate, risolvibili spesso con un intervento chirurgico. La maggioranza dei casi è come avere il termostato di casa che regola la temperatura domestica impostato su valori troppo elevati; per nostra fortuna, pur non conoscendo la causa, abbiamo a disposizione un ampio numero di farmaci che ci consentono di scegliere la terapia migliore in funzione della persona che abbiamo di fronte. Anche in questo caso il medico non tratta l’ipertensione arteriosa ma l’iperteso, che non è mai uguale a un altro. Il rischio di un iperteso sarà diverso a seconda dell’età, se è un diabetico o è un fumatore, se ha il colesterolo alto o se ha tutti questi problemi insieme. L’approccio dovrà quindi essere globale, sempre partendo dall’assunto che, se una persona non capisce l’importanza dei fattori di rischio, difficilmente potrà assumere per tutta la vita uno o più farmaci.

Il diabete

Il termine “diabete” deriva dal greco diabalnein, che significa “passare attraverso”, con riferimento alla maggiore quantità di urina prodotta dai diabetici. Inoltre, gli antenati dei medici odierni, non avendo a disposizione i laboratori di analisi, facevano diagnosi di diabete “assaggiando” le urine del paziente; nel diabetico, infatti, la presenza anomala di zucchero rende le urine dolci: da qui la definizione di “diabete mellito”. Il diabete è una condizione morbosa caratterizzata da un aumento dello zucchero (il glucosio) nel sangue che si definisce iperglicemia. Si parla di diabete quando la glicemia (concentrazione di glucosio nel sangue) a digiuno supera i 126 mg/dL. Il diabetico è una persona come tutte le altre, che però ha il problema di non essere in grado di assorbire lo zucchero (glucosio) necessario alle sue funzioni vitali. Tale fatto è dovuto all’incapacità, totale o parziale, del suo organismo di produrre l’ormone insulina.

Perché aumenta la glicemia nel sangue? Perché vi è una ridotta produzione, da parte del pancreas, di insulina, ormone fondamentale per la regolazione della glicemia, o vi è una ridotta sensibilità degli organi all’insulina stessa. Il diabete, se non curato in modo appropriato e continuo, è un terribile nemico delle nostre arterie, in quanto determina una precoce comparsa dell’atemsderosi. Le arterie di un diabetico invecchiano precocemente e in maniera molto veloce, e i diabetici incorrono più precocemente e più gravemente nelle complicanze della malattia aterosclerotica (infarto cardiaco, insufficienza limale, retinopatia, ictus cerebrale). I danni sono così gravi e diffusi anche perché quasi tutti i diabetici sono ipertesi: il numero di ipertesi nella popolazione diabetica è circa il doppio rispetto alla popolazione generale, e aumenta in funzione dell’età, della durata della malattia diabetica, della presenza di complicazioni vascolari e di obesità. Contrariamente all’ipertensione arteriosa, il diabete si manifesta attraverso dei sintomi, anche se questi non sono facilmente interpretabili dal malato: ci si accorge che “qualcosa non funziona” quando si comincia a bere e urinare troppo, magari svegliandosi durante la notte.

Cosa fare quando si ha il diabete? Quando si sospetta di avere il diabete, la prima cosa da fare è quella di rivolgersi al proprio medico curante, che vi consiglierà alcune prime elementari indagini. Se tali esami risultassero positivi (glicemia fuori norma, glicosuria, cioè presenza di zucchero nelle urine), vi verrà chiesto di recarvi immediatamente in un centro di diabetologia specializzato dove vi sapranno fornire le indicazioni fondamentali per un primo corretto approccio alla malattia. L’aspetto educativo è fondamentale per affrontale fatto è dovuto all’incapacità, totale o parziale, del suo organismo di produrre l’ormone insulina.

Naturalmente, la lotta all’obesità e la cultura dell’attività sportiva è tanto più efficace se promossa Stato e divulgata già a livello scolastico, ma ciascuno di noi può mettere in atto la propria guerra alla sedentarietà attraverso l’osservazione di alcune semplici regole, tra le quali, la prima, e la principale, è quella di camminare. Anche gli anziani traggono benefici dal praticare una regolare attività fisica: vari studi hanno dimostrato che in una popolazione anziana (età ma i 64 e gli 84 anni) il rischio a dieci anni di mortalità per malattie cardiovascolari si riduceva con l’aumentare dell’attività fisica, evidenziando un effetto protettivo per i soggetti che camminavano o andavano in bicicletta almeno tre volte alla settimana per venti minuti. L’attività fisica risulta inoltre protettiva anche per il rischia di ischemia cerebrale.



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