Cosa fare in caso di infarto

Anzitutto, le persone dovrebbero essere informate su come si manifesta un infarto. Il sintomo più caratteristico è il dolore: un dolore improvviso, violento e intenso al centro del torace, dietro lo sterno, che interessa anche il braccio sinistro. Al dolore si accompagnano un senso di schiacciamento e di oppressione, angoscia e un’intensa sudorazione, spesso fredda. Scopriamo insieme cosa fare in caso di infarto.

Cosa fare in caso di infarto

I sintomi dell’infarto

Naturalmente, come spesso capita in medicina, questa descrizione della sintomatologia dell’infarto non è universalmente valida, dal momento che il dolore può manifestarsi con intensità minore o in sedi diverse e insolite. Ad ogni modo, in caso di dolore intenso, mai avuto prima, al centro del torace, è inutile e soprattutto pericoloso stare ad aspettare che il dolore passi da solo, magari attribuendolo a una `indigestione” e assumendo del bicarbonato o una limonata calda. La cosa migliore da fare è recarsi nel più breve tempo possibile al Pronto Soccorso (PS) più vicino, chiamando il 118, per effettuare l’elettrocardiogramma, esame semplice e rapido che permette una veloce e spesso sicura diagnosi.

Cosa fare in caso di infarto: una corsa salvifica

Perché è così importante recarsi o essere trasportati subito al Pronto Soccorso? Per due motivi principali. II primo è che la maggior parte delle morti per infarto avviene fuori dall’ospedale in quanto la persona non fa in tempo a recarvisi; la morte improvvisa può essere in alcuni casi l’unica e precoce manifestazione dell’infarto. Spesso però la persona tarda a recarsi in ospedale, aspetta a casa nella speranza che sì tratti di una gastrite, talvolta addirittura rifiuta l’idea che si possa trattare di un infarto, e questo ritardo può essere fatale. La morte per infarto avviene nelle prime ore quasi esclusivamente per fibrillazione ventricolare, un’aritmia che, se si verifica in PS o in unità coronaria, può essere efficacemente trattata mediante una scarica elettrica esterna, la defibrillazione ventricolare, che certamente resuscita la persona. Se la fibrillazione ventricolare si verifica a casa (luogo dove statisticamente avviene il maggior numero di morti improvvise) o per strada, è molto improbabile che si possa avere un defibrillatore personale pronto per l’uso. In molti paesi, compresa l’Italia, si sta diffondendo, sulla base dell’esperienza fatta a Seattle negli Stati Uniti, la pratica di installare defibrillatori automatici in località strategiche (come stadi, centri commerciali, grandi luoghi di ritrovo pubblico), addestrando personale laico (come poliziotti, vigili del fuoco, addetti alla sicurezza) all’uso dello strumento. Appare tuttavia evidente che le morti improvvise si potranno ridurre soprattutto convincendo le persone a recarsi rapidamente in PS in caso di dolore toracico intenso. Meglio effettuare un elettrocardiogramma in più, piuttosto che rischiare di morire. Le persone che sono sopravvissute a un infarto sono molto più attente alla gestione del dolore toracico e si recano in PS più rapidamente e più frequentemente delle persone che hanno l’infarto per la prima volta. Va ricordato inoltre che, naturalmente, non è la stessa cosa avere un infarto a 2000 m di altitudine in montagna, nel deserto o in una grande città occidentale. Il tempo necessario a raggiungere un ospedale attrezzato per la moderna gestione dell’infarto è sicuramente è inferiore a Milano piuttosto che in mezzo alle dune del Sahara. Questo per pensare a molte persone, anche anziane, che hanno già avuto infarti, e sono state operate di by-pass o coronariche e decidono di passare le proprie vacanze nel deserto o in alta montagna. Niente di male naturalmente, ma poi non ci si può lamentare se i soccorsi non sono stati tempestivi: anche le vacanze dovrebbero essere decise in base al proprio rischio cardiovascolare, e chi ha già avuto un infimo è a maggior rischio di un secondo evento rispetto a un coetaneo che non abbia avuto niente in passato. Nei primi momenti dell’infarto, la fibrillazione ventricolare può manifestarsi nel caso in cui si chiuda una arteria coronarica, piccola o grande che sia; quindi la morte per arresto cardiaco (fibrillazione ventricolare) può avvenire sia nel caso di un piccolo infarto che riguardi la parete posteriore del ventricolo sinistro, sia di un grande infarto che interessi quasi tutto il ventricolo sinistro. Ne discende ancora di più la necessità di un tempestivo accesso al PS. Concludendo, è utile nuovamente esortare a reclusi il più rapidamente possibile in PS in caso di dolore toracico sospetto per infarto.

L’infarto abortito

Il secondo motivo per cui è fondamentale recarsi tempestivamente in PS in caso di dolore sospetto è che i risultati delle cure praticate cambiano radicalmente in funzione del tempo.

Se ricordiamo quanto detto sulla causa dell’infarto, quanto prima si scioglie il trombo tanto minore sarà il danno provocato dall’ischemia. Se si arriva all’ospedale entro un’ora dall’inizio del dolore si ha la possibilità, attraverso la somministrazione di farmaci che sciolgono il trombo) o mediante un cateterismo cardiaco d’urgenza (angioplastica), di riaprire la coronaria chiusa dal trombe permettendo al sangue di tornare a nutrire la porzione di muscolo interessata. Quanto prima avviene questa riapertura tanto minore sarà la porzione di muscolo cardiaco che non sopravvive all’ischemia prolungata. Se la riapertura avviene entro un’ora dall’inizio del dolore si può ottenere il risultato che nessuna porzione di muscolo cardiaco muoia (infarto abortito). Quanto prima si arriva in ospedale, tanto maggiori sono le possibilità non solo di sopravvivere ma anche di avere un piccolo infarto o di non averlo affatto. La prospettiva futura dei pazienti sopravvissuti non è la stessa per tutti ma cambia anche in funzione di quanto esteso è il danno cardiaco.

Diagnosi precoce e informazione

Avere un infarto negli anni Duemila è molto diverso da averlo avuto appena quarant’anni fa. In questo periodo, infatti, si sono introdotte molte innovazioni e migliorie:

• la presenza di reparti di terapia intensiva dedicati alla cura dei pazienti infartuati, con un monitoraggio continuo dell’attività elettrica del cuore e la possibilità di curare aritmie fatali come la fibrillazione ventricolare;

• l’introduzione nella pratica clinica di farmaci che possono sciogliere il trombo insieme ad altri fanno si che riducono il lavoro del cuore durante l’infarto, contribuendo a mantenere aperta la coronaria;

• l’impianto estensivo dei defibrillatori in soggetti con cuore molto danneggiato dall’infarto;

• la possibilità di riaprire il vaso con angioplastica. Tutto ciò ha permesso di ridurre drasticamente la mortalità per infarto dentro gli ospedali e di migliorare l’aspettativa di vita dei soggetti infartuati. La vera e unica possibilità di ridurre il numero di persone che muoiono perché non fanno in tempo a recarsi in ospedale è quella di diminuire il cosiddetto ritardo evitabile: il tempo cioè che trascorre tra l’inizio del dolore e l’esecuzione dell’elettrocardiogramma in PS.



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