Cosa fare dopo l’infarto

La persona che lascia l’ospedale dopo circa una settimana, quando arriva a casa avverte spesso un senso di smarrimento. È comprensibile. Si tratta in genere di persone che, in precedenza, non hanno mai avuto problemi di salute, e che si sono trovate, improvvisamente catapultate dalla loro normale attività quotidiana a un letto di terapia intensiva con un groviglio di fili applicati al torace, aghi in vena, monitor sopra la testa, continue valutazioni da parte di medici e infermieri, e la sensazione angosciante di avere la vita appesa a un filo. Scopriamo insieme cosa fare dopo l’infarto.

Cosa fare dopo l'infarto

Cosa fare dopo l’infarto?

Al contempo, però, la continua assistenza 24 ore su 24 genera una piacevole sensazione di sicurezza e fiducia verso il personale e la moderna tecnologia. Quindi, trovarsi a casa, con una lettera di dimissione in mano e una serie di pillole da assumere, può ingenerare nell’infartuato un senso di timore e insicurezza acuiti da una serie di domande che si è scordato di porre ai medici prima di lasciare l’ospedale: potrò tornare quello di prima? Quando potrò ricominciare a lavorare? Quando potrò riprendere a fare l’amore? Dovrò assumere così tante medicine per tutta la vita?

Si deve osservare che, rispetto a vent’anni fa, molte persone ottengono la dilatazione delle  coronarie grazie all’angioplastica, ma i chirurghi non hanno perso quote di attività in quanto, con il miglioramento delle tecniche di assistenza anestesiologica (circolazione extracorporea, migliore trattamento post-operatorio), oggi vengono operate persone che in passato sarebbero state scartate per un rischio operatorio troppo elevato. E’ quindi fondamentale la comunicazione tra medico e paziente: questo è un assunto che vale sempre, ma in panicolar modo per la persona infartuata. Uno degli ostacoli più impantanti all’adozione convinta di un nuovo e migliore stile di vita è la mancanza di consapevolezza da parte dei medici e dei pazienti di quanto la paura del proprio futuro possa incidere sul modo di vivere di chi ha sofferto di un infarti del miocardio. Inoltre, abitudini come la sedentarietà o condizioni come l’isolamento sociale, il disadattamento, l’ambiente di lavoro ostile, la depressione e la sensazione di esaurimento vitale, che affliggono tanti pazienti coronaropatici, rappresentano spesso un ostacolo insormontabile. Molte segnalazioni nella letteratura scientifica medica dimostrano che interventi come la psicoterapia, le tecniche di rilassamento, la rieducazione del respiro, sedute quotidiane di yoga e stretching associate a meditazione, nel contesto di una terapia medica ottimale, possono contribuire a migliorare il profilo psicologico e metabolico della persona, in particolare con la riduzione del colesterolo LDL. E’ tuttavia fondamentale ricorrere al buon senso nel formulare una proposta di modifica dello stile di vita alla persona infartuata. È normale che molti rendano a opporre forti resistenze a un drastico cambiamento delle loro abitudini di vita: in questi casi, strategie più caute e graduali possono essere più facilmente accettate. È comunque fondamentale arrivare a ridurre il livello di stress che sembra giocare un ruolo importante nel futuro della persona infartuata, favorendo la comparsa di eventi avversi cardiocircolatori.

Le domande cruciali di chi ha subito un infarto

Ma torniamo alle domande che l’infartuato si pone quando torna a casa.

  1. Potrò tornare quello di prima? Dipende ovviamente dall’entità del danno subito: moltissime persone torneranno a fare ciò che facevano prima; una piccola parte, avendo subito un danno esteso del cuore, dovrà mettere in conto la necessità di modificare la sua vita, riducendo l’attività fisica e lavorativa. Comunicare con i medici è molto importante in questo delicato passaggio della vita dell’infartuato. La comunicazione è fondamentale, poiché le persone hanno paura di ciò che non conoscono. Spiegare con parole semplici, con termini non scientifici, aiuta moltissimo ad avere fiducia nel proprio avvenire: una persona consapevole aderisce meglio alla terapia e modifica permanentemente uno stile di vita a rischio. In questo senso, sono molto importanti i centri di riabilitazione cardiologica: la persona infartuata od operata di by-pass coronarico, dopo la dimissione, anziché tornare al lavoro, si reca per due settimane in una struttura sanitaria che coniuga le caratteristiche di un ospedale a quelle di un centro di villeggiatura. Assistito da medici, infermieri, fisioterapisti, psicologi e dietologi, il soggetto svolge un percorso integrato di ritorno alla vita dal punto di vista sia fisico che psicologico. Sedute quotidiane in palestra, con un lavoro gradualmente intensificato, sotto monitoraggio telemetrico dell’attività cardiaca, controlli clinici e strumentali, colloqui con psicologi, una permanenza piacevole in ambienti rilassanti (spesso ai piedi delle montagne o sulle rive di un lago) in compagnia di altre persone che hanno avuto le stesse esperienze, aiutano la persona a reinserirsi nella vita normale prima del tempo, e soprattutto in condizioni migliori fisiche e mentali. In Italia esistono decine cli questi centri: in caso di necessità, per informarsi basta interpellare il personale della struttura in cui ci si trova ricoverati o, quando si è tornati a casa, il proprio medico di famiglia; si può decidere infatti di svolgere la riabilitazione qualche giorno dopo essere stati dimessi per avere il tempo di riassaporare l’aria di casa.
  2. Quando potrò tornare a lavorare? Presto, spesso dopo una o due settimane. Naturalmente, anche in questo caso le situazioni non sono tutte uguali, ma il reinserimento precoce nel proprio ambiente di lavoro ha sovente la funzione terapeutica di impedire che la persona pensi troppo alla paura di incorrere in altri problemi cardiaci.
  3. Adesso che sono a casa cosa mi potrà succedere? L’esperienza appena trascorsa di un ricovero in terapia intensiva fa vedere le cose della vita in modo diverso e aiuta a mettere ordine nella scala dei valori. Ciò può essere di aiuto, poiché permette di evitare o ridurre il carico di stress della vita che si conduceva prima.
  4. Quando potrò riprendere a fare l’amore? Molto presto. Spesso chi si riavvicina al sesso dopo un infarto o un intervento chirurgico di by-pass aspetta dei mesi nel timore che l’attività sessuale possa danneggiare il cuore. Lo sforzo per il cuore di un atto sessuale con il partner abituale è paragonabile a quello che si fa salendo due piani di scale di buon passo. È consigliabile comunque attendere il risultato di un test al cicloergometro prima di eseguire sforzi fisici, e quindi anche quello dell’atto sessuale: l’elettrocardiogramma eseguito durante sforzo in cyclette indica se il battito cardiaco, la pressione arenosa e i parametri vitali sono buoni. In tal caso si può affrontare la ripresa dell’attività sessuale senza problemi. Poiché il test al cicloergometro avviene in genere dopo un mese dall’infarto, ecco che attendere quattro settimane prima di riprendere l’attività sessuale è un consiglio ragionevole. Si deve ricordare peraltro che l’attività sessuale con un partner non abituale, magari dopo l’assunzione di alcol e dopo un pasto abbondante, aumenta notevolmente il lavoro per il cuore; queste condizioni costituiscono un notevole carico di lavoro per il muscolo cardiaco e sono un’importante situazione e il rischio per un cardiopatico che abbia ricevuto il consiglio di limitare gli sforzi e le emozioni.
  5. Dovrò prendere così tante medicine per tutta la vita? Questo è un altro aspetto che per molte persone diventa di difficile accettazione; prendere molte pillole (all’inizio, subito dopo la dimissione, possono anche essere una decine al giorno) non viene vissuto come un aiuto al proprio cuore ma come una condizione limitante, soprattutto per coloro che fino a prima di entrare in ospedale non prendevano alcun farmaco. Anche in questo caso si dovrà spiegare che generalmente le pillole sono molte per le prime settimane, e che dopo il test da sforzo al cicloergometro possono già nettamente diminuire. Se non vi è ischemia residua dopo un infarto o dopo un intervento al cuore (cioè se il test al cicloergometro è andato bene), si dovranno continuare a prendere, dopo il primo periodo di alcune settimane, e generalmente per tutta la vita, i farmaci che riducono il rischio di incorrere in un altro infarto:

• l’aspirina a basso dosaggio (100 mg al giorno) che riduce la tendenza delle piastrine ad appiccicarsi (aggregarsi) tra di loro per formare il trombo, che abbiamo visto essere la causa dell’infarto;

• la statimi, un farmaco che tiene basso il colesterolo e che riduce la tendenza della placca aterosclerotica a ingrandirsi e complicarsi; questo farmaco negli ultimi anni viene somministrato anche a chi ha un colesterolo quasi normale, perché si è visto che il colesterolo, in chi ha avuto un infarto, è meglio che sia il più basso possibile. Inoltre, se si è ipertesi o diabetici, si dovranno assumere i farmaci per tali condizioni. In conclusione, una persona che sia stata colpita da infarto può arrivare ad assumere per tutta la vita soltanto da una a tre compresse al giorno. In ogni caso, spiegare perché è importante assumere ogni specifico farmaco, aiuta nettamente l’adesione alla terapia; si tratta come sempre di comunicare il rimedio appropriato.

E’ provato infatti che, se quasi il 100% delle persone che hanno avuto un infarto assume correttamente i farmaci consigliati un mese dopo la dimissione, meno della metà lo fa a distanza di un anno. Risulta evidente come molte di queste persone non abbiano capito l’importanza della terapia.



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