Risparmio e investimento

Un articolo di approfondimento che illustra come sia cambiato il ruolo del piccolo risparmiatore, passato da semplice risparmiatore a vero e proprio investitore in piccola e media scala.
Da Risparmiatore ad Investitore
Vi invitiamo quindi a leggere questo articolo di approfondimento dedicato al risparmio e all'investimento, augurandoci che sia di vostro gradimento e possa esservi utile. Vi saremo grati se vorrete segnalarci eventuali imprecisioni o inesattezze rilevate.

Da Risparmiatore ad Investitore: un processo travagliato

La riduzione dei tassi di interesse

L’adozione dell’euro da parte dell’Italia, o per meglio dire la faticosa e spericolata rincorsa effettuata dal nostro paese per entrare fin dall’inizio nel circolo dei paesi “IN”, ha determinato un profondo cambiamento nella vita di tutti i cittadini. In particolare c’e’ un aspetto, la drammatica riduzione dei tassi di interesse, che, pur essendo in se indubbiamente positivo, ha innescato un meccanismo le cui conseguenze si sono pienamente manifestate in tutta la loro gravità solamente negli ultimi anni.

La precaria situazione dei conti pubblici e l’elevata instabilità politica che avevano caratterizzato gli anni ’80 e ’90 avevano generato, negli operatori finanziari, la percezione che il nostro paese fosse particolarmente rischioso come luogo di investimento. La conseguenza più visibile di questa situazione era individuabile nell’elevato premio che il Tesoro italiano doveva pagare, in termini di maggiori tassi di interesse, sui titoli di debito per potersi finanziare sul libero mercato dei capitali. In altre parole se, per esempio, la Germania riusciva a collocare i propri titoli ad un tasso del 4% l’Italia doveva offrire una remunerazione del 10%. Il costo del debito che il nostro paese doveva sostenere era enormemente superiore a quello degli altri paesi occidentali.

Tuttavia quella che per una nazione rappresentava indubbiamente un pesante fardello diventava paradossalmente una manna per i suoi cittadini; essi, infatti, erano i maggiori fruitori degli elevati tassi di interesse essendo in ultima analisi i principali sottoscrittori dei titoli del debito pubblico.

In questo scenario i risparmiatori italiani potevano ottenere remunerazioni molto più elevate di quelle offerte mediamente sul mercato europeo attraverso degli investimenti che essi, erroneamente ed incoscientemente, percepivano come privi di rischio. La situazione reale era tuttavia ben diversa se è vero che nel 1992, l’anno della svolta, fu necessario far approvare dal Parlamento una manovra finanziaria di oltre 100.000 miliardi di lire che lo stesso Presidente del Consiglio di allora,Giuliano Amato, definì, parafrasando Wiston Churchill, essere di “lacrime e sangue”.

Se ciò non fosse avvenuto il deficit di bilancio e soprattutto l’enorme debito pubblico esistenti si sarebbero avvitati in una spirale perversa che avrebbe probabilmente portato il paese al tracollo finanziario.

Negli anni successivi i diversi governi che si sono alternati alla guida del paese hanno perseguito l’obiettivo del risanamento dei conti facendo leva sul formidabile vincolo esterno costituito dagli ormai famigerati parametri di Maastricht. In altre parole il potere esecutivo ha giustificato manovre finanziare molto pesanti per i cittadini e fortemente restrittive sul piano dello sviluppo economico con la necessità di raggiungere degli obiettivi fissati dalle autorità europee per poter aderire fin dall’inizio alla moneta unica.

L’ignaro risparmiatore italiano (non ancora assurto al nobile rango di investitore!) continuava allegramente a finanziare il proprio paese acquistando a piene mani titoli del debito pubblico.

L’esistenza di strumenti finanziari che a fronte di un rischio percepito come nullo offrivano rendimenti elevati determinava di fatto una situazione anomala rispetto a quella di altri paesi finanziariamente più evoluti. Il risparmiatore medio, non a caso definito BOT-people, non aveva bisogno di considerare e valutare il rapporto fra rischio e rendimento che risulta essere il cardine della moderna teoria finanziaria. Non aveva, in altre parole, dinanzi a se l’obbligo di dover scegliere fra un investimento a basso rischio e basso rendimento (es.obbligazioni emesse dallo Stato) ed uno ad alto rischio ed alto rendimento (es.azioni); era sufficiente recarsi presso la più vicina banca e procedere alla sottoscrizione o al rinnovo dei titoli di Stato italiani.

Questa anomalia ha ostacolato per anni lo sviluppo di un mercato finanziario efficiente e soprattutto ha impedito la crescita di una cultura finanziaria diffusa presso i cittadini. Lo scenario è mutato con l’approssimarsi dell’introduzione della moneta unica; man mano infatti che aumentavano le probabilità dell’Italia di entrare a far parte fin dall’inizio del gruppo dei paesi virtuosi, grazie all’opera di risanamento dei conti pubblici intrapresa, diminuiva di pari passo il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e quelli dei titoli di Stato tedeschi e francesi; se a ciò si aggiunge la strutturale diminuzione dei tassi di interesse associata ad un più basso livello del tasso di inflazione a livello mondiale è facile comprendere le crescenti difficoltà che i risparmiatori italiani hanno incontrato nella gestione dei propri risparmi.

Il processo di convergenza dei tassi di interesse italiani verso quelli dei principali paesi europei è terminato nel maggio del 1998 quando è diventata ufficiale la piena e paritetica partecipazione dell’Italia al progetto della moneta unica.

La “bolla speculativa” sui mercati azionari.

A rendere più complicato il quadro di riferimento per il risparmiatore italiano ha contribuito senz’altro una prolungata fase di espansione del ciclo economico a livello mondiale, la più lunga del dopoguerra, e la conseguente crescita sostenuta dei mercati azionari. Il movimento al rialzo dei prezzi degli strumenti azionari (1994-2000) poggiava, soprattutto nei primi anni (1994-1997), su solide basi dato che le principali aree economiche esprimevano saggi di sviluppo elevati e sostenibili e che l’inflazione appariva ormai essere pienamente sotto il controllo delle autorità monetarie. Sembrava insomma essersi realizzato un equilibrio dinamico pressoché perfetto fra le variabili chiave dell’economia, così come previsto dai modelli della teoria economica neoclassica.

Tuttavia già nel 1997 si iniziavano a notare alcuni segnali non proprio rassicuranti sulla sostenibilità della crescita; il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan, nel corso di una audizione al Senato degli Stati Uniti aveva parlato apertamente di “esuberanza irrazionale” descrivendo l’andamento delle borse americane; in altri termini il timore espresso dalle autorità monetarie, non soltanto negli Stati Uniti, era quello di una crescita dei valori delle azioni che non rispecchiasse l’aumento del valore delle aziende e più in generale dell’economia.

Nonostante queste raccomandazioni i mercati azionari stavano vivendo una stagione eccezionale supportati da una lunga serie di fattori positivi sia a livello economico che politico. I tassi di interesse erano a livelli storicamente bassi grazie a tassi di inflazione contenuti e controllati, il dollaro si manteneva su livelli elevati garantendo agli Stati Uniti, motore primo dello sviluppo, un costante flusso di capitali per finanziare il proprio sistema economico ed il nuovo assetto mondiale, senza l’incubo della guerra fredda, contribuiva alla creazione di uno scenario di grande ottimismo e fiducia.

Questi elementi non sarebbero tuttavia stati sufficienti a creare la più grande bolla speculativa della storia se non ci fosse stato un salto tecnologico epocale: il pieno sviluppo di Internet e soprattutto la sua implementazione capillare sia a livello aziendale che privato hanno determinato una crescita esplosiva di tutte quelle società che erano in qualche modo legate alla tecnologia digitale.

Come sempre è accaduto in queste fasi di euforia (la prima bolla è legata al commercio dei bulbi di tulipani nell’Olanda del ‘600) i prezzi delle azioni non riflettevano più le aspettative razionali sugli utili futuri delle società ma anticipavano scenari lontanissimi e sostanzialmente irrealizzabili. In alcuni casi gli analisti finanziari giustificavano previsioni di crescita dei prezzi con modelli mutuati da altre discipline dato che quelli tradizionali non riuscivano più a spiegare quello che stava accadendo sui mercati. L’aspetto più drammatico di questi fenomeni di allucinazione collettiva è che tendono ad autoalimentarsi; anche l’investitore più accorto e conservatore, rimasto al di fuori del mercato per molto tempo, non poteva sostenere a lungo una situazione in cui tutti, tranne lui, effettuavano operazioni con guadagni elevati ed apparentemente senza rischi.

Nei mesi di marzo e aprile del 2000 i mercati azionari raggiunsero i valori più elevati di tutti i tempi. In particolare l’indice Nasdaq che racchiudeva i titoli tecnologici americani arrivò alla stratosferica soglia dei 5.000 punti essendo partito dai 1.500 punti nel novembre 1998 con un incremento di oltre il 230% in venti mesi; lo stesso indice purtroppo ha impiegato poco più di due anni per tornare al di sotto dei 1.500 punti.

Il Risparmiatore italiano e gli intermediari finanziari

All’interno di questo scenario che diventava straordinariamente complesso e rischioso il risparmiatore italiano iniziava suo malgrado ed incoscientemente a trasformarsi in investitore. In questo processo delicato veniva accompagnato da un soggetto economico piuttosto ambiguo, l’intermediario finanziario. Questa figura generica si identificava di volta in volta nell’operatore bancario della filiale sotto casa, nell’agente assicurativo o nel promotore finanziario che addirittura si recava direttamente nella dimora dello stesso. Queste persone, ma soprattutto le aziende da cui dipendevano, determinavano l’offerta di prodotti finanziari.

Dall’altra parte l’investitore medio, con un bassissimo grado di esperienza e cultura finanziaria ed orfano dei rendimenti a due cifre “senza rischio”, si trovava a fronteggiare una situazione senza precedenti: accettare una remunerazione estremamente bassa del proprio patrimonio o cercare di ottenere saggi più elevati sopportando non ben identificati rischi.

Il processo di trasformazione del sottoscrittore di BOT in investitore razionale e consapevole, lungi dall’essere ancora pienamente compiuto, ha già determinato vere e proprie tragedie finanziarie che hanno coinvolto, fortunatamente in diversa misura, una larga parte della popolazione italiana. Innumerevoli sono i casi di coloro che per sostituire o integrare i bassi rendimenti offerti dai titoli di stato italiani hanno acquistato titoli obbligazionari emessi da paesi emergenti o da società per azioni più o meno solide o che addirittura hanno investito parte del proprio patrimonio in azioni, ovvero in capitale di rischio. In alcuni casi, come ad esempio quelli dell’Argentina, della Cirio o della Parmalat e più in generale delle azioni nel periodo 2000-2003, i risultati sono stati drammatici con perdite che sono arrivate a toccare anche il 90% del capitale investito.

L’aspetto peggiore è tuttavia relativo alla mancanza pressoché totale di informazione e di coscienza da parte dell’investitore del grado rischio che caratterizza i diversi strumenti finanziari offerti dal mercato. Una parte della responsabilità va probabilmente condivisa con gli intermediari finanziari che non hanno fatto, se non negli ultimi mesi, grossi sforzi per aiutare il risparmiatore/investitore nel processo di trasformazione e crescita culturale.
 
Si potrebbe pensare che coloro che vendono i prodotti finanziari abbiano interesse a mantenere una forte asimmetria informativa rispetto a chi li acquista al fine di poter lucrare il massimo profitto attraverso l’offerta di prodotti sempre più costosi e sempre più complessi da valutare. A sostegno, seppure indiretto, di questa tesi va ricordato solo da qualche anno gli intermediari stanno investendo risorse economiche nella formazione dei propri dipendenti evidenziando come in passato la cultura finanziaria era un privilegio di pochi anche all’interno di queste istituzioni.

Qualcosa tuttavia sembra che stia cambiando se nel sistema finanziario iniziano a circolare parole come etica, non solo come strumento di marketing per collocare fondi di investimento, e consulenza. Il passaggio tra redditività di una impresa a fini di lucro ed etica nel rapporto con il cliente è estremamente stretto ma va assolutamente perseguito; la fiducia è un bene non rinnovabile e pertanto non può essere oggetto di compromessi.