Intervista a George Maag (terza parte)

George Maag è un grande scrittore, le risposte che ha dato alle mie domande non possono non incuriosire chi le legge….Oggi abbiamo chiesto a George Maag, in che modo è arrivato a scrivere “Il giardino”, un libro per bambini che tratta un tema da “grandi”: la morte. Ecco come mi ha risposto… * Il libro “Il Giardino” affronta un tema molto delicato da spiegare ai bambini: la morte. Eppure, lei ci è riuscito, trasmettendo tanta emozione e magia, e dando soprattutto speranza. “Il giardino” è maturato dentro di me senza che me ne rendessi conto. Avevo passato due anni orribili,

George Maag è un grande scrittore, le risposte che ha dato alle mie domande non possono non incuriosire chi le legge….Oggi abbiamo chiesto a George Maag, in che modo è arrivato a scrivere “Il giardino”, un libro per bambini che tratta un tema da “grandi”: la morte. Ecco come mi ha risposto…

* Il libro “Il Giardino” affronta un tema molto delicato da spiegare ai bambini: la morte. Eppure, lei ci è riuscito, trasmettendo tanta emozione e magia, e dando soprattutto speranza.

“Il giardino” è maturato dentro di me senza che me ne rendessi conto. Avevo passato due anni orribili, dopo un grave lutto, ero depresso e soffocato. Non solo non scrivevo più… ero nemmeno più sicuro di poter scrivere. Così nel 2002 ho ricominciato a scrivere, su consiglio di una cara amica, ma all’inizio era una fatica enorme.

Per fortuna si trattava non di prosa bensì di un corso di scrittura creativa per bambini, dunque era più saggistica che altro. Il libro ormai era andato in stampa e mi costringevo a continuare a scrivere, tutti i giorni. Chiaramente lo facevo più per non perdere l’abitudine di scrivere che non per dire veramente qualcosa di importante.

Poi, all’improvviso, una mattina di luglio 2003 questo racconto ha deciso che era ora di uscire, e mi sono seduto al computer e per mia meraviglia la storia c’era già, con tutti i pesi e tutte le misure. Ho solo dovuto starle dietro per non “perderla” durante la stesura.

Era un’esperienza strana perché la struttura del racconto era già perfetta, come se nel mio inconscio l’avessi elaborata, girata e rigirata per settimane e mesi. Mi ricordo ancora lo stupore nel rendermi conto che sapevo esattamente dove e come andavano distribuite le parole, dove stringere e dove allargare, dove intervenire con il dialogo e dove rimanere descrittivo.

Solo sul finale avevo dei dubbi, non tanto per me in quanto scrittore, ma per i bambini che avrebbero letto la storia in seguito. Dopotutto uno scrittore per l’infanzia ha grosse responsabilità verso i suoi lettori! Così mi sono messo a cambiare, a riscrivere, a limare, a “migliorare”, in qualche modo tutti tentativi di “spiegare” il finale. Ho passato un bel po’ su quelle venti righe, avrò riscritto il finale una decina di volte senza essere mai veramente contento. E così alla fine mi sono deciso e ho tolto tutti i cambiamenti, tutte le spiegazioni e lungaggini e ho seguito l’istinto, che mi diceva che i bambini, con un finale “aperto”, avrebbero avuto molta più stoffa su cui pensare e parlare con i genitori o con le maestre. E il finale è tornato come era nella prima stesura, persino con una frase in meno. Col senno di poi ne sono contento. Credo di aver fatto bene, se non altro perché così piace a me.

“Il giardino” trattava di un tema difficile, cupo, quasi un tabù letterario, sensazioni e stati d’animo che purtroppo conoscevo fin troppo bene e contro i quali avevo combattuto quotidianamente senza poter mai vincere. La vita non è giusta. La morte non è giusta.

Possiamo scervellarci per anni senza mai trovare una sola risposta all’ingiustizia della morte. Non si viene a capo con l’intelletto. Non ci saranno mai spiegazioni. Quando si vive in un inferno (e di inferni ci possono essere tanti, diversi), l’unico modo di uscirne è quello di affrontarlo. In questo caso, l’unica cosa che si può fare è quella di parlarne.

Sentivo che avrei potuto dare un piccolo aiuto a quei bambini che si trovavano in una situazione simile parlando a loro. Mi ricorderò per tutta la vita quanto sia stata importante per me scoprire che i miei pensieri più cupi, la desolazione e le mie rabbie più orribili non erano unici o frutto di una mente malata, ma un percorso normale e necessario, e che tanti prima di me erano passati da lì e altri, dopo di me, sarebbero passati da lì.

A dirlo così sembra l’acqua calda, ma quando si è dentro e coinvolti, non ci si arriva, mi creda. Così dentro di me avevo deciso di parlare ai bambini, a loro, i cuccioli d’uomo che sono i più deboli e che per ironia della sorte proprio in situazioni del genere spesso rimangono senza aiuto da parte degli adulti. Noi adulti abbiamo una concezione da “grandi” della morte, ci chiudiamo dietro ad un muro, non riusciamo a parlare ai figli perché non riusciamo a parlare con noi stessi o perché abbiamo paura che parlarne faccia male ai bambini.

E allora ho pensato che un libro così potrebbe sbloccare tali situazioni, far capire agli adulti che i piccoli devono parlarne e che loro stessi, parlandone, potrebbero stare meglio.



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